Drown

giovedì, 26 maggio 2005

AUDIOSLAVE – “OUT OF EXILE”

Dopo avere ascoltato Out Of Exile la delusione, per quanto forte, difficilmente ti abbandona; sarebbe tuttavia  fin troppo facile lanciare strali contro un lavoro così ostentatamente “sbracato”. Liberiamo innanzitutto il campo da quello che potrebbe rivelarsi, nel corso della recensione, uno spiacevole equivoco: Out Of Exile NON è un disco rock. I brani (teoricamente) più tirati quali Your Time Has Come, Out Of Exile, Drown Me Slowly o The Worm sono privi di tensione e in alcuni casi semplicemente banali… Talmente prevedibili da farci sentire la mancanza di singoli come Show Me How To Live o Cochise, entrambi estratti dall’omonimo debutto del 2002. L’ottava traccia Man Or Animal per quattro minuti scarsi ci ricorda di cosa erano capaci i Rage Against The Machine; Morello dovrebbe comunque comprendere che ripetere gli stessi trucchi con la chitarra per quasi 15 anni non paga, un po’ come il crimine. La sezione ritmica mostra inoltre evidenti segni di pigrizia limitandosi, come fa per buona parte del disco, a tenere il tempo e a sostenere senza l’ombra di un guizzo i soliti riff di Morello. L’unico che sembra impegnarsi seriamente è proprio il bel Cornell, per una volta concentrato sulla propria voce divina e non soltanto su quale paio di jeans a vita bassa indossare. Un capitolo a parte va invece dedicato allo spinoso argomento delle ballate che in questo secondo episodio abbondano; alcune sono mediocri (Dandelion e il primo singolo Be Yourself), mentre altre (The Curse, Heavens Dead e Yesterday To Tomorrow) superano di gran lunga gli standard qualitativi dei precedenti episodi acustici incontrati nella breve discografia degli Audioslave. Va purtroppo segnalato, a fronte di un legittimo e parzialmente riuscito “ammorbidimento”, che il risultato complessivo delude le aspettative di chi aveva, seppure a fatica, intravisto nel debutto di tre anni fa qualche valido spunto. La produzione di Rick “prezzemolo” Rubin In Out Of Exile ha completamente rinunciato ad esaltare la componente rock di questo supergruppo, nato dalle ceneri di due tra le più influenti rock-band degli anni ’90. Col senno di poi appare più che comprensibile, se non addirittura scontata, la scelta di eseguire dal vivo brani di R.A.T.M. e Soundgarden… I primi a non credere più in questa avventura sono infatti gli stessi Audioslave.

scritto da: drown alle ore maggio 26, 2005 23:19 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 18 maggio 2005

Team Sleep 

Uno degli aggettivi più abusati per descrivere l’atteso debutto del side project firmato da Chino Moreno, voce dei californiani Deftones, è senza dubbio “etereo”. Termine, vorrete convenirne, che il più delle volte non significa nulla. Nel caso di brani come il singolo Ever, Delorian o Tomb Of Liegia  (quest’ultima ispirata ad un racconto di Edgar Allan Poe) la definizione sembra tuttavia calzare. L’impressione è alimentata da un lavoro “in sottrazione” quasi sempre azzeccato. Con l’ausilio di Todd Wilkinson alla chitarra, Rick Verrett al basso, del batterista Zach Hill e di DJ Crook, Moreno ha infatti sostituito il tipico frastuono dei suoi Deftones con suoni campionati, tastiere e ricercatezze elettroniche degne in alcuni episodi dei più criptici Radiohead (Paris Arm). A coadiuvarlo nell’impresa, oltre ai già citati compagni d’avventura, sono state le belle voci di Mary Timony e Rob Crow. L’iniziale Ataraxia rappresenta comunque, insieme a tracce quali Boulevard Nights e Live From The Stage, un buon punto di incontro tra le chitarre tanto care a molti fan dei Deftones e la (mal)sana passione nutrita da Moreno per certo pop sintetico, figlio degli anni ’80. Un’interessante diatriba è attualmente in corso tra chi, avendo avuto modo di ascoltarli on-line, ritiene in alcuni casi migliori i provini dei brani poi effettivamente inseriti nell’album. Interessante paradosso: grazie alla Rete un disco fresco di stampa può suonare già “vecchio” e superato alle orecchie sempre più smaliziate ed avide degli odierni naviganti cibernetici.

scritto da: drown alle ore maggio 18, 2005 21:56 | link | commenti (2)
categorie:
martedì, 10 maggio 2005

NINE INCH NAILS – WITH TEETH

Le battute iniziali del primo brano, All The Love In The World, rimandano nel loro lento incedere ad un pezzo dei Massive Attack, ma ben presto l’inconfondibile voce di Trent Reznor ci conduce per mano nel suo ormai familiare immaginario popolato da quesiti senza risposta (“perché ottieni tutto l’amore nel mondo?” si domanda Reznor quasi con risentimento). La seconda traccia You Know What You Are non colpisce come vorrebbe per via dell’impatto ostentatamente rumorista e quindi, a parte vaghe affinità con alcune sonorità già incontrate in We’re In This Together, si limita a presentarsi come uno dei potenziali brani di punta nei futuri live-set dei NIN. Il singolo The Hand That Feeds, calato nel contesto di With Teeth, sembra quasi convincere nel tentativo di spacciarsi come una sorta di ibrido tra i NIN di Pretty Hate Machine (la parte centrale di The Hand That Feeds ricorda fin troppo Sin) e quelli odierni. Le amare riflessioni di Love Is Not Enough o della bellissima Every Day Is Exactly The Same, anche grazie al valido contrappunto delle percussioni, comunicano efficacemente il senso di disillusione che ne pervade le liriche. Sulla traccia che dà il titolo all’intero disco sospendo il giudizio: With Teeth è senza dubbio il brano meno immediato dell’intero lotto, ma non dispero di comprenderlo meglio in futuro. Il nuovo singolo in uscita Only, a differenza del precedente The Hand That Feeds, non tenta neanche per un istante di dissimulare la propria natura eighties. Da citare anche Getting Smaller: col suo riff ruffiano, è la canzone più lontana dalle classiche sonorità dei Nine Inch Nails e si potrebbe definirla un’incursione non del tutto riuscita nel rock cosiddetto “mainstream”. L’ultimo picco degno di nota Reznor lo raggiunge con il micidiale giro di basso di Sunspots, elementare quanto si vuole ma di grande effetto. Gli ultimi due episodi, Beside You In Time e Right Where It Belongs, non posseggono il pathos cui l’autore chiaramente aspira. Queste canzoni che proprio lo stesso Reznor definì in maniera colorita “tredici pugni in faccia” saziano per il momento la nostra fame; ma se sperava di stenderci con quelle che, nella migliore delle ipotesi, potremmo definire tredici “sberle” il buon Trent si è sbagliato di grosso. With Teeth ha tutte le carte in regola per ampliare il pubblico dei Nine Inch Nails; non ci resta che registrare quanto tempo il cd rimarrà nei lettori di chi Reznor l’ha scoperto ascoltando capolavori assoluti come The Downward Spiral e The Fragile.
 

scritto da: drown alle ore maggio 10, 2005 11:39 | link | commenti (3)
categorie:

OASIS – “DON’T BELIEVE THE TRUTH”

I fratelli terribili di Manchester sono tornati con il loro album più “beatlesiano” di sempre, tre anni dopo il trascurabile Heathen Chemistry. Il peso che grava sulle spalle delle undici tracce contenute in Don’t Believe The Truth non è irrilevante; in una quarantina di minuti Noel e Liam Gallagher devono convincere, oltre alla ormai sparuta pattuglia di fedelissimi che li seguirebbe anche all’inferno, tutti i fan persi per strada negli ultimi dieci anni. Veri e propri eroi del sottoproletariato inglese i Gallagher, pur avendo compiuto molti passi falsi dal successo planetario di Morning Glory (1995), restano ancora oggi sulla breccia e non certo per le furibonde litigate ma grazie alla limpida scrittura pop di Noel, nonostante gli ultimi scialbi episodi discografici. Le attese intorno a questo lavoro sono pertanto altissime; e non hanno certamente contribuito a rasserenare il clima intorno a Don’t Believe The Truth il licenziamento, a registrazioni già avviate, dei produttori Death In Vegas e la sostituzione del batterista Alan White, il più longevo tra i musicisti al soldo dei Gallagher, con un rimpiazzo di lusso: Zak Starkey, figlio del leggendario Ringo Starr. Il primo singolo Lyla, a differenza di altri brani apripista del passato come The Hindu Times, pone meno l’accento sull’anima rock del gruppo di Manchester e vira, con il passo sicuro del classico, verso sonorità più sixties. Le ballate si riconfermano cavallo di battaglia degli Oasis (Love Like A Bomb col suo felice pianoforte e l’insolito duetto Noel/Liam su Let There Be Love) rispetto a canzoni meglio sostenute ma meno coinvolgenti come The Meaning Of Soul e A Bell Will Ring. Da segnalare infine l’ironica Guess God Thinks I’m Abel e una traccia, Keep The Dream Alive, che sembra uscire da un disco dei Feeder. Don’t Believe The Truth non è il migliore disco degli Oasis dai tempi di Definitely Maybe, come dichiarato di recente da Noel, ma potrebbe aspirare al gradino più basso del podio… Ai fan l’ardua sentenza.
 

scritto da: drown alle ore maggio 10, 2005 11:37 | link | commenti
categorie:

Bruce Springsteen – “Devils & Dust”

Il nuovo disco del Boss ha un’anima indiscutibilmente acustica, e ciononostante ricca di mille sfumature. Messa momentaneamente a riposo la macchina da guerra che risponde al nome di E Street Band Springsteen è ritornato, dieci anni dopo The Ghost Of Tom Joad, sul luogo del delitto. Violini, mandolini ed altri strumenti sapientemente utilizzati dal produttore Brendan O’Brien, presente in Devils & Dust anche come bassista, sono al servizio delle liriche di Springsteen senza mai risultare invadenti. Qual’è tuttavia la valenza e soprattutto l’incidenza politica, prima ancora che musicale, della figura di Bruce Springsteen nel 2005? Domanda non secondaria, nel caso di un artista che del proprio impegno in ambito civile ha fatto una bandiera. Le canzoni di Devils & Dust – ennesima raccolta di istantanee del sogno americano infranto, e dei  “perdenti” tanto cari a Springsteen – sono figlie dell’America bistrattata e dimenticata per la quale e di cui il Boss ha cantato in tutti questi anni. Un’America ripiombata di recente nell’incubo della guerra (l’eponima Devils & Dust non è altro che una cartolina spedita da un giovane soldato yankee finito nell’inferno iracheno) e di un’amministrazione irresponsabile come quella attuale. Le dolenti ballate di Devils & Dust – su tutte Maria’s Bed e Devils & Dust – colpiscono anche il più distratto degli ascoltatori per la profondità dei testi, mai banali. Siamo di fronte ad un pugno di canzoni che meritano di essere ascoltate, se non addirittura “vissute” con totale partecipazione.
 

scritto da: drown alle ore maggio 10, 2005 11:36 | link | commenti
categorie:
venerdì, 06 maggio 2005

SYSTEM OF A DOWN – “MEZMERIZE”

Uno dei lavori più attesi del 2005 è finalmente disponibile, ma soltanto in parte. A quanto pare il materiale registrato dai System Of A Down ha reso necessaria una suddivisione in due dischi distinti: il primo è questo Mezmerize, mentre per il secondo capitolo (Hypnotize) dovremo attendere la fine dell’anno. L’idea di dare alle stampe un doppio album deve essere sembrata una mossa troppo azzardata anche per quella che, dopo la dipartita dei Rage Against The Machine, resta l’ultima band veramente politicizzata ancora operante sul suolo americano. Nonostante i quattro californiani di origine armena siano in ottima compagnia – penso ai vari Pearl Jam e Bruce Springsteen, impegnati quasi 24 ore su 24 ad avversare le politiche economiche e sociali dell’amministrazione Bush – pare altrettanto ovvio che siano gli unici, insieme ai Green Day di American Idiot, ancora capaci di parlare ai giovani di temi non propriamente adolescenziali come la spinosa situazione irachena (B.Y.O.B.Bring Your Own Bombs) o la mercificazione del sesso ad opera dei mass-media (Violent Pornography). A differenza del terzetto di Berkeley che ha scoperto l’impegno politico soltanto di recente i System Of A Down sono sempre stati, anche per via delle loro origini (è infatti quello armeno il primo genocidio dimenticato del ‘900), politicamente attivi. Per quanto riguarda l’aspetto musicale c’è tutto quello che ci si aspetterebbe dai System: “stop and go” fulminei, melodie da marcia buffa a fare da straniante intermezzo e i soliti, prevedili riffs nevrotici insaporiti dalla versatile voce di Serj “Rasputin” Tankian. La bravura del quartetto è innegabile, poiché non è per niente facile sfornare ben tre dischi di buon livello armeggiando con i soliti due/tre accordi. Mezmerize, che vede alla produzione l’onnipresente Rick Rubin, è formalmente impeccabile ma il consiglio non può che essere uno solo: aspettare che il secondo volume Hypnotize sia disponibile on-line, scaricare e masterizzare entrambi i dischi, comprarsi un bella custodia per cd doppi e stamparsi una copertina a colori. In poche parole vi propongo quello che i System già consigliavano ai fan col titolo di una loro vecchia raccolta: STEAL THIS ALBUM.   


scritto da: drown alle ore maggio 06, 2005 23:01 | link | commenti
categorie:

Kaiser Chiefs – “Employment” 

Il canovaccio che molti critici seguono con gruppi come i Kaiser Chiefs è di una monotonia quasi mortifera. Una blasonata rivista d’Oltremanica (New Musical Express oppure Melody Maker, ovvero riviste inclini ad incensare preventivamente molti gruppi debuttanti, salvo poi crocifiggerli al secondo disco) segnala questo o quel singolo, quando si ha la fortuna di avere effettivamente qualcosa tra la mani da poter ascoltare, additando il malcapitato gruppo di turno come futura stella del firmamento musicale internazionale. Per completare questa vera e propria truffa altri giornali musicali, anche qui in Italia, si accodano pedissequamente ai dettami britannici e cominciano a tessere le lodi di nuove schiere di imberbi e strafottenti fanciulli. Il più delle volte ci si nasconde dietro un diplomatico “non è niente di nuovo, ma sono bravi nel rielaborare”, fingendo di ignorare che la spiegazione è valida al più soltanto per il 10% dei gruppi creati (o meglio ancora “pompati”) a tavolino dalle case discografiche. Unica nota positiva: nel mercato musicale statunitense quello che a Napoli definirebbero “pacco” non funziona quasi mai. Neanche gli Oasis e i Blur, veri capofila della tanto chiacchierata “british invasion” (di cui in America nessuno si è ancora accorto) sono mai riusciti nell’impresa di sfondare veramente oltreoceano. I Kaiser Chiefs sono meno interessanti della spiegazione che sta alla base del loro repentino successo. Un paio di singoli orecchiabili (I Predict A Riot e Oh My God) sono ormai alla portata di chiunque. A voler essere generosi gli si può dare una risicata sufficienza ma in una classe di copioni, come appare l’attuale scena musicale inglese; i nostri cinque ragazzi da Leeds avranno ancora molto da imparare se vorranno pubblicare almeno un altro paio di dischi, prima di scomparire.
 

scritto da: drown alle ore maggio 06, 2005 22:57 | link | commenti
categorie:

LIMP BIZKIT – “THE UNQUESTIONABLE TRUTH 1”

Wes Borland è rientrato nei Limp Bizkit. La notizia vi dice qualcosa? Immaginando la risposta potrei anche fermarmi qui, ma qualcosa da dire su questo brutto disco c’è. Sette canzoni per la prima parte di un lavoro che, a partire dai titoli delle canzoni (tutte rigorosamente con l’articolo indefinito “the” di fronte), puzza lontano un miglio di concept album. Ma a differenza di un qualsiasi American Idiot – e non stiamo parlando di Tommy o The Wall! – qui non c’è neanche l’ombra di un vero motivo per darsi tanta pena. Non c’è verità e neanche un briciolo di urgenza negli improperi da adolescente di Fred Durst. I Limp Bizkit non a caso hanno dato il loro meglio con una cover sboccata e divertita di Faith, vecchio successo di George Michael. Peccato si stia parlando di quasi dieci anni fa. Qualcuno avverta Durst che ci è più facile credere che sia stato con Britney Spears piuttosto che dargli credito come artista impegnato e preoccupato per l’attuale situazione mondiale. La retromarcia da cover band dei Creed che aveva realizzato col precedente album non ha convinto nessuno, ma digrignare i denti in brani come The Truth o The Story è soltanto imbarazzante.
 

scritto da: drown alle ore maggio 06, 2005 22:49 | link | commenti (1)
categorie:

Bloc Party – “Silent Alarm”

Un cantante di colore che imita Robert Smith? Abbiamo visto ormai di tutto! La vera sorpresa non risiede tuttavia nel colore della pelle di Kele Okereke ma, contro ogni ragionevole previsione, nel buon risultato portato a casa da questo giovane quartetto londinese col primo album Silent Alarm. Difficilmente qualcuno si strapperà i capelli all’ascolto delle tredici tracce di questo interessante debutto, ma almeno questa volta il deja vu sarà consapevole e quindi meno fastidioso del solito. La sezione ritmica ricalca, per non andare troppo a ritroso, il recupero modaiolo e dance di certe sonorità eighties effettuato dai Franz Ferdinand di Take Me Out. Scopo dichiarato, anche nel caso dei Bloc Party, è di far ballare la gioventù inglese su canzoni suonate da esseri umani in carne ed ossa. Impossibile non pensare a certo pop dei primi anni ’80 e, giusto per non farci mancare ingombranti paragoni, alle melodie e al cantato inconfondibile di quella icona vivente che è ancora oggi Robert Smith dei Cure. Singoli come Helicopter e Banquet sono un ottimo biglietto da visita. Fortunatamente il resto del disco si attesta su livelli qualitativi non inferiori ai sopraccitati brani. Raccomandato a chi non conosce i Cure e ascolta soltanto musica composta da giovani rigorosamente under 30.
 

scritto da: drown alle ore maggio 06, 2005 22:46 | link | commenti (1)
categorie:

Queens Of The Stone Age – Lullabies To Paralyze

Lullabies To Paralyze è uno dei dischi rock più richiesti del 2005; l’attesa spasmodica creatasi intorno al successore dell’acclamato Songs For The Deaf del 2002 ha toccato livelli da isteria collettiva fin da quando, alcuni mesi fa, è stato bruscamente allontanato dal gruppo il carismatico bassista Nick Oliveri. Grazie alle quattordici tracce di questo nuovo lavoro Josh Homme ha dissipato, almeno in buona parte, molti dei timori sullo stato di salute delle sue “regine”, dando alle stampe un disco all’altezza delle aspettative. Nonostante a Lullabies To Paralyze manchi la follia di un Nick Oliveri alcuni brani, soprattutto le prime tracce Medication e Everybody Knows That You’re Insane (quest’ultima idealmente dedicata proprio all’ex bassista), riescono ad attutire efficacemente i segni pur evidenti di quell’assenza. La cifra stilistica quasi “bipolare” dell’album rinvia, per quanto concerne i brani più marcatamente rock, ai martellanti ed ossessivi riff dell’omonimo debutto del 1998. Tutt’altro discorso va invece fatto per la seconda parte del disco che, a partire dall’ottava traccia I Never Came (una delle migliori prestazioni vocali di sempre per Homme), ci mostra un Josh fortemente influenzato dalle recenti Desert Sessions. Il primo singolo estratto, Little Sister, non rende giustizia all’evoluzione dei Queens visto che ai più sembrerà (giustamente) un brano ruffiano e poco ispirato. Un paio di canzoni si spingono oltre i sei minuti con risultati altalenanti: se Someone’s In The Wolf regge bene i suoi oltre sette minuti di durata grazie al suo intrigante incedere sbilenco, non si può purtroppo dire altrettanto della fin troppo monocorde The Blood Is Love. L’unica vera pecca di Lullabies To Paralyze consiste, come al solito, nella scelta del brano finale. Così come l’inutile Everybody’s Gonna Be Happy deturpava l’ottima impressione lasciata dall’ascolto di un disco come Songs For The Deaf, anche in questa occasione Homme ha compiuto l’errore di concludere con una ballata semi-acustica degna dei peggiori Dandy Warhols. I famosi ospiti di cui si è tanto vociferato, a parte il solito Mark Lanegan, non pare abbiano lasciato alcuna significativa traccia della loro presenza. Buon per Josh che oltre alle inevitabili critiche dei fan della prima ora, peraltro sempre insoddisfatti, potrà così raccogliere anche il plauso, per fortuna maggioritario, di noi ascoltatori occasionali.
 

scritto da: drown alle ore maggio 06, 2005 11:44 | link | commenti
categorie:

self-improvement is masturbation

Chi sono

Utente: drown

Commenti recenti

Lessio in Brett Anderson &ndas...

Archivio

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

Categorie

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte