Una laurea non si nega a nessuno...
Le recenti lauree ad honorem consegnate lo scorso maggio al centauro Valentino Rossi e alla rockstar nostrana Vasco Rossi hanno sollevato, com’era probabilmente nelle intenzioni dei promotori di tali iniziative, un nugolo di polemiche. Ciononostante sugli strali lanciati aprioristicamente da chi, nostalgico difensore dell’Accademia, non darebbe una laurea honoris causa neanche a Bob Dylan o De Andrè (se quest’ultimo fosse ancora tra noi) non mi soffermerò più di tanto. In questi due avvenimenti – verificatisi all’interno del mondo universitario ma allo stesso tempo così lontani, nella loro ostentata “mondanità”, da quella che è l’università come tutti noi la conosciamo – si possono tuttavia individuare alcuni interessanti segnali di matrice prettamente sociologica. L’attribuzione di un titolo di studio a chi, nella propria rispettabilissima vita professionale, non ne ha mai avuto bisogno è un errore che ha perlomeno due aspetti degni d’essere approfonditi. Il primo è il falso presupposto che sia l’abito a fare il monaco, e cioè che un titolo di studio (il famoso “pezzo di carta” cui molti di noi anelano) possa o debba conferire autorevolezza e prestigio a chi lo riceve, indipendentemente dal mestiere che esercita. Per analogia dovremmo quindi consegnare ai nostri docenti medaglie, coppe o dischi d’oro per successi ottenuti in campi a loro del tutto estranei? Il secondo aspetto, poiché riguarda direttamente il mondo universitario, è se possibile ancora più grave: penso infatti al neanche troppo subliminale messaggio che si lancia agli studenti. Quando un Ateneo con cinquecento anni di storia come quello di Urbino afferma, per rosicchiare a veline e calciatori uno spicchio di fugace visibilità mediatica, di aver voluto premiare "le straordinarie capacità comunicative di Valentino Rossi, che oltre al fenomenale talento sportivo esprime simpatia, creatività e una capacità innata di imporre la propria personalità e la propria immagine" vuol dire che qualcosa non funziona. Nessuno di voi, infine, ha colto l’ironia dell’attribuzione a Vasco Rossi di una laurea in Scienze della Comunicazione? Innanzitutto perché il Blasco è ovviamente un comunicatore, così come tutti quelli che fanno il suo mestiere, ma soprattutto perché sarebbe stato assai più logico per il nostro più celebre cantante aspirare semmai ad un titolo di studio “letterario”. Un musicista andrebbe premiato per la musica che compone e non per il fatto di essere famoso; il successo da solo non è infatti un parametro sufficiente per decretare lo spessore culturale di un artista. Una laurea in Scienze della Comunicazione andrebbe piuttosto conferita ad un Bono degli U2 che, a prescindere dai gusti musicali, si è battuto negli ultimi venti anni per l’emancipazione economica del continente africano, sfruttando fino all’inverosimile la propria fama per sostenere una nobile causa. Se l’università vuole davvero avvalersi di modelli culturali “popolari”, per irretire giovani sempre più sfiduciati da un’Istruzione che va al traino della Società invece di guidarla, che almeno li scelga con maggior senno ed oculatezza.
The Tears – “Here Come The Tears”
BILLY CORGAN – THE FUTURE EMBRACE
L’ex leader degli Smashing Pumpkins ha praticamente allevato un’intera generazione di ascoltatori, prendendoli per mano durante la tempesta grunge e offrendo loro prima un assaggio sincero dei propri tormenti interiori (Siamese Dream, 1993), poi un mondo visionario e caleidoscopico ancora incentrato su sé stesso ma arricchito da mille maschere e meandri dove potersi perdere (Mellon Collie And The Infinite Sadness, 1995) ed infine uno scorcio desolato sulle miserie umane e sull’intrinseca debolezza dell’amore (Adore, 1998). Degli ultimi episodi – alludo ai due volumi di Machina – evito di parlarne per scelta, e non per dimenticanza. Mary Star Of The Sea degli Zwan ha bruciato molto dell’entusiasmo che si era creato immediatamente intorno alle prime mosse di Corgan da “ex zucca” ed oggi, a quasi 3 anni da quel mezzo passo falso, ci si trova dinnanzi il suo primo album da solista: The Future Embrace. Un punto di riferimento sonoro potrebbe essere rintracciato, non fosse altro che per il massiccio uso di drum machines, nella prima esperienza “elettronica” portata a termine da Corgan con Adore. A far pesare come un macigno i sette anni che dividono Adore da The Future Embrace contribuisce purtroppo un approccio eccessivamente naif dove le primitive drum machines di The Camera Eye, I’m Ready o Sorrows affossano lo spiccato senso melodico di Billy offrendoci canzoni bidimensionali che, pur lasciando intravedere il loro potenziale, non decollano mai. In questo tipo di discorso il singolo Walking Shade si pone come uno dei pochi brani, insieme alla valida Mina Loy, sui quali una produzione per il resto inesistente ha fatto un buon lavoro. La cover del brano dei Bee Gees To Love Someboy, nonostante veda come special guest Robert Smith dei Cure, ai tempi d’oro Corgan l’avrebbe tenuta nel cassetto e al massimo utilizzata come b-side di qualche singolo per il mercato giapponese. Qualcuno ha detto che Billy Corgan più che cantare, miagola… Beh, quando quel miagolio non è sfregiato da basi ritmiche quasi house (A100) devo confessare che il cuore mi si stringe un pochino: la conclusiva Strayz e la ballata Now And Then ci riconciliano infatti con un Billy Corgan più intimista. Il mio giudizio, da fan degli Smashing Pumpkins con alle spalle una militanza decennale, su questo disco è momentaneamente sospeso; la cosa che infatti mi irrita di più non è il trovarmi di fronte un disco mediocre, ma un artista “banderuola” ancora troppo attaccato alla ricerca del successo e dell’approvazione del grande pubblico (ed è così, anche se Corgan si schernisce come un’educanda al primo appuntamento quando glielo si fa notare) per poter affrontare fino in fondo una crisi creativa che, inutile nascondersi dietro un dito, va avanti da almeno cinque anni. La speranza è che, qualunque lezione abbia da insegnargli questo disco, Corgan la capisca una volta per tutte.
Foo Fighters – In Your Honor
COLDPLAY – “X & Y”
The White Stripes – “Get Behind Me Satan”
La scelta di piazzare l’orecchiabile singolo Blue Orchid come brano d’apertura potrebbe insospettire gli ascoltatori più smaliziati. Eppure i White Stripes, pur restando fedeli a quella linea immaginaria che percorre metaforicamente (e non solo) il Mississippi, danno l’impressione con Get Behind Me Satan di essersi superati o, quantomeno, di aver elaborato il successo raggiunto col precedente ed acclamato album Elephant. Le concessioni al gusto del pubblico, quello che per intenderci aveva scoperto gli Stripes grazie a singoli come Seven Nation Army, si contano sulle dita di una mano. Già con la seconda traccia The Nurse ci si addentra infatti in inquietanti lande sonore, dove una maggiore valorizzazione del lugubre pianoforte relegato (per quasi tutta la canzone) sullo sfondo avrebbe certamente giovato al brano. Quasi a dimostrare l’estrema versatilità dello strumento, My Doorbell si regge invece più sulla grezza batteria di Meg White che sul prevedibile accompagnamento di pianoforte sfoggiato in questo caso. Andando oltre, verso la metà del disco incontriamo un altro paio di episodi interessanti (l’energica The Denial Twist, una di quelle rare “concessioni” cui mi riferivo, nonché l’acustica Little Ghost) prima di scontrarci con una Instinct Blues che, a partire dal titolo, gioca con uno dei generi musicali più cari al nostro duo. La batterista Meg White fa capolino, con la sua voce sgraziata, fra le tredici tracce di Get Behind Me Satan in un’unica occasione (Passive Manipulation) e per poco più di 30 secondi. L’ultima canzone degna d’essere segnalata è la successiva Take, Take, Take. Se il disco fosse finito qui il bilancio sarebbe stato ancora più positivo, purtroppo prosegue invece con altri tre episodi fondamentalmente inutili: As Ugly As I Seem che sembra uscita dalla parodia di un vecchio western, Red Rain che nulla di nuovo aggiunge e la conclusiva I'm Lonely (But I Ain't That Lonely Yet), una ballata decisamente insipida.
self-improvement is masturbation