Drown

venerdì, 24 giugno 2005

Una laurea non si nega a nessuno...

Le recenti lauree ad honorem consegnate lo scorso maggio al centauro Valentino Rossi e alla rockstar nostrana Vasco Rossi hanno sollevato, com’era probabilmente nelle intenzioni dei promotori di tali iniziative, un nugolo di polemiche. Ciononostante sugli strali lanciati aprioristicamente da chi, nostalgico difensore dell’Accademia, non darebbe una laurea honoris causa neanche a Bob Dylan o De Andrè (se quest’ultimo fosse ancora tra noi) non mi soffermerò più di tanto. In questi due avvenimenti – verificatisi all’interno del mondo universitario ma allo stesso tempo così lontani, nella loro ostentata “mondanità”, da quella che è l’università come tutti noi la conosciamo – si possono tuttavia individuare alcuni interessanti segnali di matrice prettamente sociologica. L’attribuzione di un titolo di studio a chi, nella propria rispettabilissima vita professionale, non ne ha mai avuto bisogno è un errore che ha perlomeno due aspetti degni d’essere approfonditi. Il primo è il falso presupposto che sia l’abito a fare il monaco, e cioè che un titolo di studio (il famoso “pezzo di carta” cui molti di noi anelano) possa o debba conferire autorevolezza e prestigio a chi lo riceve, indipendentemente dal mestiere che esercita. Per analogia dovremmo quindi consegnare ai nostri docenti medaglie, coppe o dischi d’oro per successi ottenuti in campi a loro del tutto estranei? Il secondo aspetto, poiché riguarda direttamente il mondo universitario, è se possibile ancora più grave: penso infatti al neanche troppo subliminale messaggio che si lancia agli studenti. Quando un Ateneo con cinquecento anni di storia come quello di Urbino afferma, per rosicchiare a veline e calciatori uno spicchio di fugace visibilità mediatica, di aver voluto premiare "le straordinarie capacità comunicative di Valentino Rossi, che oltre al fenomenale talento sportivo esprime simpatia, creatività e una capacità innata di imporre la propria personalità e la propria immagine" vuol dire che qualcosa non funziona. Nessuno di voi, infine, ha colto l’ironia dell’attribuzione a Vasco Rossi di una laurea in Scienze della Comunicazione? Innanzitutto perché il Blasco è ovviamente un comunicatore, così come tutti quelli che fanno il suo mestiere, ma soprattutto perché sarebbe stato assai più logico per il nostro più celebre cantante aspirare semmai ad un titolo di studio “letterario”. Un musicista andrebbe premiato per la musica che compone e non per il fatto di essere famoso; il successo da solo non è infatti un parametro sufficiente per decretare lo spessore culturale di un artista. Una laurea in Scienze della Comunicazione andrebbe piuttosto conferita ad un Bono degli U2 che, a prescindere dai gusti musicali, si è battuto negli ultimi venti anni per l’emancipazione economica del continente africano, sfruttando fino all’inverosimile la propria fama per sostenere una nobile causa. Se l’università vuole davvero avvalersi di modelli culturali “popolari”, per irretire giovani sempre più sfiduciati da un’Istruzione che va al traino della Società invece di guidarla, che almeno li scelga con maggior senno ed oculatezza.


scritto da: drown alle ore giugno 24, 2005 20:14 | link | commenti (11)
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The Tears – “Here Come The Tears”

Prima del titanico scontro tra i Blur del duo Albarn/Coxon e gli Oasis dei fratelli Gallagher, destinato a tenere occupata per buona parte degli anni novanta la stampa musicale britannica, un solo altro gruppo è stato capace di esaltare il pubblico inglese come riuscì soltanto agli Smiths di Morrissey-Marr: i Suede di Brett Anderson e Bernard Butler. Quest’ultimo, chitarrista di indubbia classe ma in evidente contrasto con il carismatico Anderson, nel 1994 abbandonò la band proprio durante la promozione del loro secondo, bellissimo album Dog Man Star. Sostituito Butler con l’allora diciassettenne Richard Oakes, i Suede conobbero nuovamente le luci della ribalta grazie al successivo Coming Up (1996), ma si trattò di un fuoco di paglia. Dopo un paio di album assolutamente inutili e alcune interessanti antologie retrospettive, i Suede si sciolsero nel dicembre del 2003, congedandosi con una serie di concerti sold-out in quel di Londra. C’è voluta la scomparsa dei Suede perché Anderson e Butler, rincontrandosi  dieci anni dopo quel fatidico 1994, sentissero ancora il desiderio di comporre musica assieme. Il risultato di questa inattesa riconciliazione è rappresentato dalle tredici canzoni di Here Come The Tears, il debutto dei The Tears. Il nome del gruppo, come nella migliore tradizione bohemien di Anderson e Butler, si ispira ad un verso della poesia “Femmes Damnées” di Philip Larkin. L’irresistibile snobismo che permea la voce di Anderson e gli indolenti riff di Butler sono rimasti pressoché immutati; Beautiful Pain, Fallen Idol e l’iniziale Refugees sono soltanto tre fra le più splendenti gemme di Here Come The Tears, ma è l’intero album a trasudare un affascinante anacronismo cui difficilmente gli amanti del pop inglese più raffinato potranno resistere. Chiunque abbia avvicinato i Suede prima della felice svolta glam di Coming Up in questo album ritroverà le romantiche e decadenti composizioni che avevano reso i Suede degli esordi praticamente inimitabili. Bentornati!

scritto da: drown alle ore giugno 24, 2005 20:10 | link | commenti (4)
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mercoledì, 08 giugno 2005

BILLY CORGAN – THE FUTURE EMBRACE

L’ex leader degli Smashing Pumpkins ha praticamente allevato un’intera generazione di ascoltatori, prendendoli per mano durante la tempesta grunge e offrendo loro prima un assaggio sincero dei propri tormenti interiori (Siamese Dream, 1993), poi un mondo visionario e caleidoscopico ancora incentrato su sé stesso ma arricchito da mille maschere e meandri dove potersi perdere (Mellon Collie And The Infinite Sadness, 1995) ed infine uno scorcio desolato sulle miserie umane e sull’intrinseca debolezza dell’amore (Adore, 1998). Degli ultimi episodi – alludo ai due volumi di Machina – evito di parlarne per scelta, e non per dimenticanza. Mary Star Of The Sea degli Zwan ha bruciato molto dell’entusiasmo che si era creato immediatamente intorno alle prime mosse di Corgan da “ex zucca” ed oggi, a quasi 3 anni da quel mezzo passo falso, ci si trova dinnanzi il suo primo album da solista: The Future Embrace. Un punto di riferimento sonoro potrebbe essere rintracciato, non fosse altro che per il massiccio uso di drum machines, nella prima esperienza “elettronica” portata a termine da Corgan con Adore. A far pesare come un macigno i sette anni che dividono Adore da The Future Embrace contribuisce purtroppo un approccio eccessivamente naif dove le primitive drum machines di The Camera Eye, I’m Ready o Sorrows affossano lo spiccato senso melodico di Billy offrendoci canzoni bidimensionali che, pur lasciando intravedere il loro potenziale, non decollano mai. In questo tipo di discorso il singolo Walking Shade si pone come uno dei pochi brani, insieme alla valida Mina Loy, sui quali una produzione per il resto inesistente ha fatto un buon lavoro. La cover del brano dei Bee Gees To Love Someboy, nonostante veda come special guest Robert Smith dei Cure, ai tempi d’oro Corgan l’avrebbe tenuta nel cassetto e al massimo utilizzata come b-side di qualche singolo per il mercato giapponese. Qualcuno ha detto che Billy Corgan più che cantare, miagola… Beh, quando quel miagolio non è sfregiato da basi ritmiche quasi house (A100) devo confessare che il cuore mi si stringe un pochino: la conclusiva Strayz e la ballata Now And Then ci riconciliano infatti con un Billy Corgan più intimista. Il mio giudizio, da fan degli Smashing Pumpkins con alle spalle una militanza decennale, su questo disco è momentaneamente sospeso; la cosa che infatti mi irrita di più non è il trovarmi di fronte un disco mediocre, ma un artista “banderuola” ancora troppo attaccato alla ricerca del successo e dell’approvazione del grande pubblico (ed è così, anche se Corgan si schernisce come un’educanda al primo appuntamento quando glielo si fa notare) per poter affrontare fino in fondo una crisi creativa che, inutile nascondersi dietro un dito, va avanti da almeno cinque anni. La speranza è che, qualunque lezione abbia da insegnargli questo disco, Corgan la capisca una volta per tutte.


scritto da: drown alle ore giugno 08, 2005 09:16 | link | commenti (4)
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Foo Fighters – In Your Honor

I Foo Fighters hanno decisamente alzato il tiro con il loro primo doppio album in dieci anni di carriera. Ci sono voluti ben quattro dischi – di cui solo un paio veramente validi (penso all’omonimo debutto e al successivo The Colour And The Shape) – perché la band di Dave Grohl, leader dei Foos ed ex batterista dei Nirvana, scongiurasse con questo poderoso colpo di reni il rischio di impantanarsi in un’opaca routine. La divisione di In Your Honor in due cd – uno rock ed uno acustico – può apparire didascalica, ma è un bene che Grohl abbia preservato le sue gemme acustiche dal frastuono del primo cd. La facciata rock dei Foo Fighters infatti, a parte qualche idea interessante sparsa qua e là, non dice nulla di nuovo; ciononostante canzoni quali End Over End o anche il non eccelso singolo Best Of You, se paragonate alle scialbe prove offerte con gli ultimi due dischi (One By One e There’s Nothing Left To Lose) finiscono con l’apparire quasi degli inni da stadio! Dave Grohl, da esperto uomo di spettacolo qual è, si riserva però gli assi migliori nella tornata acustica: la funerea Still che ci accoglie va a comporre, insieme alle successive What If I Do? e Miracle, un trittico che da solo fa volare il disco ben sopra la striminzita sufficienza che gli aveva procurato il primo cd rock. Il cuore di In Your Honor non scalpita al ritmo di qualche indiavolato riff hard-rock à la black sabbath ma, contro ogni legittima aspettativa, si scalda al tepore di ballate sognanti (Miracle, con ospite al piano John Paul Jones dei Led Zeppelin!) e di suggestioni jazz (Virgina Moon) per niente inopportune. La cover dei Replacements, Cold Day In The Sun, vede il batterista dei Foo Fighters Taylor Hawkins passare alla voce, con una prestazione più che dignitosa,. La conclusiva Razor chiude il cerchio permettendo al leader dei Queens Of The Stone Age Josh Homme – presente in questo brano nella veste di chitarrista – di rendere il favore a Grohl, artefice col suo drumming potente di una buona fetta del successo ottenuto dai Queens con l’album del 2002 Songs For The Deaf. In una recente intervista Dave Grohl ha dichiarato che il suo disco è dedicato a tutti gli americani delusi e arrabbiati che ha incontrato nel tour di supporto per il democratico John Kerry. Non ci resta che apprezzare quanto, seppur indirettamente e involontariamente, l’amministrazione Bush abbia fatto del bene al rock statunitense. I Foo Fighters hanno di che essere orgogliosi, soprattutto per aver colto la vittoria in un campo (quello acustico, per intenderci) se non a loro ostile quantomeno estraneo fino a non molto tempo fa. Complimenti.

scritto da: drown alle ore giugno 08, 2005 09:13 | link | commenti
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COLDPLAY – “X & Y”

Chris Martin è i Coldplay. Occorre partire da questo presupposto per analizzare, con la dovuta obiettività, il terzo e attesissimo disco del quartetto inglese. Gli altri tre (la chitarra elettrica Jon Buckland, Guy Berryman al basso e Will Champion alla batteria) nella migliori delle ipotesi sono  semplici comprimari. La creazione e il mantenimento del legame quasi sentimentale che si instaura tra un artista di successo e il suo pubblico grava infatti per intero sulle spalle del carismatico Chris. Dopo l’inaspettato exploit del secondo lavoro A Rush Of Blood To The Head era più che legittimo attendersi una battuta d’arresto per i Coldplay, apparsi in più di un’occasione come risucchiati nel grande ingranaggio dello show-business, ma per fortuna non è stato così. Le registrazioni del disco sono andate a rilento; come era prevedile, Martin & Co hanno dovuto registrare e scartare molto materiale prima di intraprendere il sentiero che li ha condotti a questo X & Y. Il soffuso incipit elettronico di Square One si scioglie subito in un riff di chitarra che, inutile negarlo, fa pensare non senza un pizzico di rimpianto al The Edge e agli U2 dei tempi d’oro. La conclusione di questo primo brano, quasi fosse un manifesto programmatico, si affida ad una coda acustica per voce e chitarra che è un po’ il marchio di fabbrica dei Coldplay. In What If un poco credibile Martin si interroga sulla possibilità di non essere più amato dalla sua donna (“what if you should decide that you don’t want me there in your life”, canta il nostro)… Paura tuttavia più che comprensibile quando si è sposati, come nel caso di Chris, con una stella di Hollywood qual’è l’incantevole Gwyneth Paltrow. Le chitarre di Talk graffiano come non mai in passato; da un punto di vista strettamente musicale è proprio questo “ispessimento” del suono l’unica novità rilevante di X & Y. Il brano che dà il titolo al disco è l’ennesima riprova di come una melodia non particolarmente originale, se affidata alla voce di Martin, può splendere di luce non riflessa. L’arrangiamento di pianoforte per il primo singolo Speed Of Sound ha più di una parentela con un altro brano dei Coldplay Clocks, contenuto nel precedente disco, ma nonostante questo l’indubbia “presa” del brano non ne risente più del dovuto. La penultima traccia Swallowed In The Sea è forse la più vicina alla semplicità degli esordi. Le lusinghiere vendite di A Rush Of Blood To The Head hanno regalato ai Coldplay un posto in prima fila nell’olimpo del rock mondiale, alla destra di Sua Maestà Bono e dei suoi U2… X & Y potrebbe accelerare quel passaggio delle consegne che ai più sembra ormai imminente.
 

scritto da: drown alle ore giugno 08, 2005 09:11 | link | commenti
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mercoledì, 01 giugno 2005

The White Stripes – “Get Behind Me Satan”

La scelta di piazzare l’orecchiabile singolo Blue Orchid come brano d’apertura potrebbe insospettire gli ascoltatori più smaliziati. Eppure i White Stripes, pur restando fedeli a quella linea immaginaria che percorre metaforicamente (e non solo) il Mississippi, danno l’impressione con Get Behind Me Satan di essersi superati o, quantomeno, di aver elaborato il successo raggiunto col precedente ed acclamato album Elephant. Le concessioni al gusto del pubblico, quello che per intenderci aveva scoperto gli Stripes grazie a singoli come Seven Nation Army, si contano sulle dita di una mano. Già con la seconda traccia The Nurse ci si addentra infatti in inquietanti lande sonore, dove una maggiore valorizzazione del lugubre pianoforte relegato (per quasi tutta la canzone) sullo sfondo avrebbe certamente giovato al brano. Quasi a dimostrare l’estrema versatilità dello strumento, My Doorbell si regge invece più sulla grezza batteria di Meg White che sul prevedibile accompagnamento di pianoforte sfoggiato in questo caso. Andando oltre, verso la metà del disco incontriamo un altro paio di episodi interessanti (l’energica The Denial Twist, una di quelle rare “concessioni” cui mi riferivo, nonché l’acustica Little Ghost) prima di scontrarci con una Instinct Blues che, a partire dal titolo, gioca con uno dei generi musicali più cari al nostro duo. La batterista Meg White fa capolino, con la sua voce sgraziata, fra le tredici tracce di Get Behind Me Satan in un’unica occasione (Passive Manipulation) e per poco più di 30 secondi. L’ultima canzone degna d’essere segnalata è la successiva Take, Take, Take. Se il disco fosse finito qui il bilancio sarebbe stato ancora più positivo, purtroppo prosegue invece con altri tre episodi fondamentalmente inutili: As Ugly As I Seem che sembra uscita dalla parodia di un vecchio western, Red Rain che nulla di nuovo aggiunge e la conclusiva I'm Lonely (But I Ain't That Lonely Yet), una ballata decisamente insipida.


scritto da: drown alle ore giugno 01, 2005 06:13 | link | commenti
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