Drown

giovedì, 29 settembre 2005

H.I.M. – “Dark Light”

Dopo la raccolta antologica And Love Said No dello scorso annoil quintetto finlandese del carismatico Ville Valo riparte di slancio con il nuovo album Dark Light, pubblicato il 26 di settembre. L’immagine eccessivamente pulita, a tratti addirittura “patinata” degli H.I.M. (in particolare di Valo) ha attirato lo scherno di molti puristi della scena metal non soltanto scandinava, procurandogli comunque una fama più ampia. Il cosiddetto “love metal” degli H.I.M. reca ancora tracce evidenti delle influenze gotiche che hanno caratterizzato da sempre la loro musica anche se, ad onor del vero, va detto che molti sforzi sono stati fatti da Valo & Soci per non ripetersi. I risultati? Non sempre all’altezza delle aspettative. La scelta di registrare quasi in presa diretta il disco – in California e presso i leggendari Electric Ladyland Studios di New York – ha conferito freschezza alle dieci tracce di Dark Light, eppure la sensazione che qualcosa potesse essere fatto meglio non abbandona quasi mai l’ascoltatore. Il senso di Ville per la melodia, pur essendo ancora molto spiccato, sembra essersi appannato: il primo singolo Wings Of A Butterfly non regge il confronto con classici del (recente) passato come The Sacrament o Buried Alive By Love. Le canzoni si susseguono tutte più o meno uguali e soltanto dopo molti ascolti è possibile individuarne qualcuna migliore delle altre: l’iniziale Vampire Heart,la sdolcinata (al punto giusto) Dark Light e la conclusiva In The Nightside Of Eden. I testi sono intrisi di un tale romanticismo che, se non fosse per i riff sabbathiani che accompagnano quasi tutte le loro canzoni, potrebbero sembrare opera di un cantante neomelodico napoletano! Con i suoi capelli corvini e il magnetismo dello sguardo ceruleo Ville Valo miete migliaia di vittime tra le dark ladies sparse sul globo; a voler essere maligni, il suo indubbio sex appeal ha però ridotto agli occhi di molti la sua creatura musicale alla stregua di una boyband di metallari. Niente di più falso, anche se è innegabile che alcune scene di fanatismo che si manifestano ai concerti degli H.I.M. hanno poco a che fare con la musica di Valo & Soci. Tornando per un attimo a Dark Light una riflessione viene spontanea: nonostante il raggiungimento di una propria cifra stilistica rappresenti un risultato di tutto rispetto per qualsiasi gruppo è auspicabile che gli H.I.M., ormai prossimi al loro decimo anno di attività, non cedano alle sirene di una scontata quanto redditizia routine.

scritto da: drown alle ore settembre 29, 2005 00:58 | link | commenti (11)
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Nickelback – “All The Right Reasons”

A differenza di molti gruppi rock che col passare degli anni si sono “ingentiliti” i canadesi Nickelback, pur continuando ad affidarsi fino dal successo di How You Remind Me (brano di punta del secondo album Silver Side Up, 2001) a singoli estremamente melodici, con stoica pervicacia prediligono ancora oggi sonorità granitiche e massicce figlie del grunge di Seattle. Il quartetto di Chad Kroeger non teme il ridicolo e urla ai quattro venti la propria fedeltà ad un genere ormai disconosciuto perfino dai suoi più recenti epigoni (penso agli Staind di Aaron Lewis, da tempo impegnati nella ricerca della ballata perfetta). Difficile esprimere un giudizio sulla sensatezza o meno di una tale operazione nostalgica che, almeno sulla carta, nella migliore delle ipotesi potrebbe al massimo strapparci un sorriso. La sorpresa ci coglie invece a partire dalla batteria posta in apertura del primo brano Follow You Home: vero e proprio ceffone per le nostre povere orecchie ormai disabituate a tanto spreco di decibel. La situazione muta con la terza traccia (Photograph) che i Nickelback hanno scelto come primo singolo: la chitarra acustica getta le basi per un nuovo scenario che, in modo quasi scientifico, riaffiorerà qua e là all’interno delle undici canzoni di All The Right Reasons. La “svolta melodica” è servita? Non proprio, visto che l’anima ruspante e rockettara di Kroeger è genuina e non si limita alle prime due tracce del disco. Le ballate contenute in All The Right Reasons si contano infatti sulle dita di una mano; se la matematica non è un’opinione questo vuol dire che la maggioranza dei brani, nonostante l’indubbia orecchiabilità dell’intero album, è decisamente rock. Una garanzia, a suo modo, per tutti quelli che non si vergognano delle chitarre sparate a tutto volume e dei ritornelli chewing-gum fatti apposta per essere memorizzati al primo ascolto.


scritto da: drown alle ore settembre 29, 2005 00:27 | link | commenti (1)
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sabato, 17 settembre 2005

Franz Ferdinand – “You Could Have It So Much Better”

I Franz Ferdinand tornano alla ribalta, a due anni di distanza dal debutto, con tredici canzoni nuove. Molte potrebbero essere le critiche pronte a piovere sulle teste dei quattro scozzesi, ma di certo nessuno potrà accusarli di incoerenza. La ricetta che aveva reso irresistibile, almeno per una larga fetta di pubblico anglosassone, la musica dei Franz Ferdinand rimane infatti la stessa: sonorità figlie degli anni ’80 e proprio per questo motivo impeccabili nel loro suonare così spudoratamente ruffiane. La voce di Kapranos, pur non brillando particolarmente, regge bene l’incalzante sezione ritmica su cui poggiano brani quali This Boy, I’m Your Villain o la conclusiva Outsiders. Gli episodi meno “tirati” (penso a Walk Away, Eleanor Put Your Boots On e Fade Together) mostrano invece tutti i limiti di una band che, ogni qualvolta gira a basso regime, non impressiona poi così tanto. I Franz Ferdinand, paragonati ai nuovi e agguerriti epigoni che si sono succeduti in questi ultimi due anni, nonostante la modesta statura della loro proposta musicale si stagliano quasi come giganti all’interno della scena musicale britannica. Il primo singolo estratto Do You Want To? non ha la stessa freschezza degli esordi, o dei migliori episodi di questo secondo capitolo, ma saprà comunque farsi strada tra quei palati fini e un po’ snob che hanno ormai adottato i Franz Ferdinand. Chi invece non impazzisce per i Talking Heads, Elvis Costello e tutti gli artisti che la stampa specializzata ama accostare al quartetto di Glasgow si ritroverà tra le mani un lavoro discreto, ma niente di più. Di questi tempi non è poco, basta che ci si intenda sul fatto che You Could Have It So Much Better non è il capolavoro che alcuni vorranno farvi credere.

scritto da: drown alle ore settembre 17, 2005 01:37 | link | commenti (1)
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The Rakes - “Capture/Release”

Undici inni suburbani appena orecchiabili, nonostante la voce sgraziata del frontman Alan Donohoe. Questo è quanto hanno da offrire The Rakes, l’ennesimo quartetto d’oltremanica che nessuno stava aspettando. Una delle poche note positive di Capture/Release, oltre all’esigua durata (poco più di mezz’ora), è la scarsa serietà con cui i Rakes prendono la loro musica. In breve: il messaggio è l’assenza di qualsiasi messaggio. Contenti loro! Il “the” posto davanti al nome del gruppo rimanda ai vari The Strokes o The Libertines, ma a differenza di questi supergruppi (oramai svaniti, ma questa è un’altra storia) l’arroganza dei nostri traspare al massimo dalla sciattezza con cui si presentano in pubblico. A quanto pare in Inghilterra vanno di moda gli sfigati. Niente da eccepire, quando si tratta di personaggi innocui come i The Rakes. Consiglierei al massimo di scaricare un paio di brani (Strasbourg e Retreat), giusto per mettersi l’anima in pace e continuare a dormire sonni tranquilli, confortati dalla rassicurante certezza di non aver buttato via 20 preziosi euro. Non è infatti il caso di investire denaro in canzonette di quasi nessuna consistenza come queste.

scritto da: drown alle ore settembre 17, 2005 01:35 | link | commenti (3)
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 Black Rebel Motorcycle Club – “Howl”

I giornalisti e (ammesso che ne abbiano ancora) i fans dei B.R.M.C. si saranno posti almeno una volta, dopo l’ascolto di questo album, la stessa domanda: cosa diamine è accaduto al rock ‘n’ roll dei motociclisti ribelli? Parafrasare quello che, ancora oggi, rimane il loro più grande successo (Whatever Happened To My Rock N’ Roll) sarà forse una scorciatoia troppo facile, ma è altrettanto innegabile che il trio californiano se la deve essere posta questa domanda. A sentire le tredici tracce di questo album la paura di diventare macchiette deve essere stata molto forte poiché i Black Rebel, pur di non cedere alle sirene di quel rock sanguigno che aveva caratterizzato i loro primi due dischi, cadono perfino tra le maglie religiose del gospel! Non vi è nulla di malvagio in questa più che onorevole “correzione” di marcia, ma la sorpresa e un certo spaesamento rimangono ben presenti anche dopo ripetuti ascolti. L’anima folk e acustica di Howl si avverte fin dalla prima traccia Shuffle Your Feet e, per le restanti dodici tracce, la musica non è destinata a cambiare, se non per un paio di brani più spiccatamente “pop” (Promise e Weight Of The World). A quanto pare avere recuperato, dopo un rocambolesco allontanamento (quello si molto “drugs, sex and rock ‘n’ roll”), il batterista Nick Jago non ha di certo restituito al trio californiano la grinta auspicabile. Howl è un disco molto riflessivo, a tratti meditabondo, dove blues e folk la fanno da padroni e il rock è soltanto un parente scomodo di cui nessuno vuole più parlare.

scritto da: drown alle ore settembre 17, 2005 01:34 | link | commenti
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sabato, 10 settembre 2005

 The Rolling Stones – “A Bigger Bang”

Il ritorno delle Ossa Rotolanti, come qualche irriverente giornalista ha ribattezzato Jagger & Soci, a circa otto anni di distanza dal precedente album Bridges To Babylon ha un che di miracoloso o se preferite, trattandosi degli Stones, qualcosa di satanico. Molti critici, come capita solitamente quando vengono toccati i propri beniamini, amano dividersi sul giudizio da riservare all’ultima fatica della rock n’ roll band più famosa del mondo (fosse anche soltanto per la scandalosa longevità), eppure su un aspetto sembrano concordare quasi tutti: A Bigger Bang è tutto fuorché la prorompente scarica di vitalità che questi quattro arzilli vecchietti vorrebbero accreditare. Le pretestuose polemiche sulla controversa canzone contro l’amministrazione Bush (l’esplicita e impudente – come ai bei vecchi tempi? Ma certo, come no! – Sweet Neo Con) non hanno appassionato neanche quei mass-media che, desiderosi di una qualsiasi notizia, pagherebbero perfino per un falso scoop. La produzione, affidata all’esperto Don Was, ha il compito di rendere presentabile una manciata di canzoni che definire “già sentite” sarebbe un ridicolo eufemismo; l’iniziale Rough Justice, musicalmente parlando, è un ottimo biglietto da visita… Peccato che Jagger esordisca con un verso (“una volta eri la mia piccola pollastrella, adesso sei diventata una volpe”) che sa tanto di prematuro epitaffio. Gli unici a non volersi arrendere all’inesorabile scorrere del tempo sono sempre loro. I Rolling Stones sanno suonare il blues (Back Of My Hand) con l’indubbia autorevolezza di chi quegli accordi li ha masticati per anni, e per un istante sembra di assistere ad una jam-session sulle rive del Mississippi. La magia di un momento però, nel caso degli Stones, si chiama “mestiere” e ha davvero poco di magico. La disarmante mancanza di ispirazione che permea quest’album dovrebbe deprimere chi li ha amati e tenere alla larga (almeno da questo lavoro) chi non li ha mai ascoltati. Un disco da accantonare, in attesa di poter cantare a squarciagola “I can’t get no satisfaction” ad uno degli innumerevoli concerti che, c’è da scommetterci, gli Stones terranno nei prossimi mesi in giro per il mondo.

scritto da: drown alle ore settembre 10, 2005 15:39 | link | commenti (3)
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The Dandy Warhols – “Odditorium or Warlords of Mars”

Quando ben 4 brani su 12 superano i sette minuti di durata si può affermare, con buona pace dei luoghi comuni, che la band in questione non è certamente smaniosa di ottenere qualche passaggio radiofonico in più. I Dandy Warhols di Courtney Taylor, carismatico cantante del quartetto originario di Portland, sembrano quasi votati alla distruzione di quella (tutto sommato poca) celebrità ottenuta col brano Bohemian Like You, vero e proprio tormentone di alcuni anni fa. L’album che seguì quell’inaspettato successo – Welcome To The Monkey House, del 2003 – non riscosse grande attenzione da parte del pubblico, e i sogni di gloria di Taylor & Soci svanirono presto. Odditorium or Warlords of Mars ha il sapore di un forzato ritorno alle origini, con le interminabili suite country/psichedeliche tipiche dei Warhols che suonano insincere o, nella più benevola delle ipotesi, comunque fuori tempo massimo. Non c’è un solo brano veramente orecchiabile e il primo singolo estratto, la demenziale Smoke It, ai tempi dei loro primi due album non avrebbe trovato spazio neanche tra i lati B di qualche singolo. Per ascoltare una canzone decente bisogna aspettare la decima traccia Down Like Disco, ma è decisamente tardi per cambiare idea su questo pastrocchio. La parola che più ricorre nella mia mente, ascoltando questo sconclusionato album, è sempre la stessa: rinunciatario. Sembra infatti questa la parola d’ordine assegnata dai Warhols alla scrittura e alla realizzazione di queste dodici, inutili canzoni.

scritto da: drown alle ore settembre 10, 2005 15:34 | link | commenti (3)
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Paul McCartney – “Chaos And Creation In The Backyard”

Le vecchie glorie escono tutte allo scoperto nello stesso periodo. I (finti) rivali di una volta – i Rolling Stones di A Bigger Bang – sono già in tour per promuovere il nuovo album ed ecco che Macca, reduce da una memorabile performance al Live8 dello scorso luglio, si ripresenta a quattro anni dal precedente Driving Rain con un nuovo lavoro: Chaos And Creation In The Backyard. Ad essere sinceri di “caotico” in questo album c’è ben poco, a parte i molteplici finali della conclusiva Anyway. Nigel Godrich, produttore storico dei Radiohead, pare abbia spronato l’ex beatle a tirare fuori il meglio dal proprio materiale, senza cedere ad alcun tipo di timore riverenziale nei confronti di una leggenda vivente qual è Paul McCartney. Il risultato finale è sicuramente valso il rischio di compromettere quella che si è dimostrata essere, a disco ultimato, una proficua collaborazione. L’attacco contagioso di Fine Line suscita più di un sussulto, ribadendo ciò che per gli estimatori di McCartney è sempre stato chiaro, anche nei momenti meno felici della sua carriera solista: il pop di qualità non ha limiti di età, sia per chi lo compone che per chi ne fruisce. Non ci sono considerazioni particolarmente brillanti da fare su un disco come questo Chaos And Creation In The Backyard; quando ci si trova davanti a tredici canzoni che, pur suonate come ci si aspetterebbe, mantengono una freschezza ed una godibilità invidiabili, c’è davvero poco da dire. Chapeau.


scritto da: drown alle ore settembre 10, 2005 15:30 | link | commenti (1)
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 The Dissociatives

The Dissociatives è il nuovo progetto musicale di Daniel Johns, fino a due anni fa leader del trio australiano Silverchair al momento in “stand-by”. Grazie alle dieci tracce contenute nell’omonimo debutto del 2004 The Dissociatives è un lavoro che ha davvero poco da spartire con i primi dischi dei Silverchair. Se infatti gli esordi della precocissima formazione (nel 1995, anno di pubblicazione del primo album Frogstomp, erano poco più che adolescenti) sono stati fortemente influenzati dal grunge di Seattle, va tuttavia reso merito a Johns di avere tentato, raggiunta la maggiore età, di sviluppare un proprio discorso musicale. A partire già dal terzo lavoro (Neon Ballroom, 1999) questi tentativi hanno dato ottimi frutti. Quello che è tuttora l’ultimo disco dei Silverchair, Diorama, nel 2002 ha segnato una svolta decisiva per la carriera di Daniel Johns e dei suoi compagni di avventura. Un sempre più impellente bisogno di allontanarsi dai cliché del rock ha infatti spinto Johns a dare vita, insieme al dj e collaboratore di lunga data Paul Mac, al duo elettronico The Dissociatives. La drum-machine e le scarne note di pianoforte che aprono il primo brano – We’re Much Preferred Customers – appaiono come un palese omaggio ai Radiohead di Kid A o Amnesiac. Nel brano successivo (Somewhere Down The Barrel) ritroviamo, oltre ad alcuni “beats” di sottofondo, l’inconfondibile senso melodico di Johns che abbiamo imparato ad apprezzare fino dagli episodi più felici di Diorama. Il punto di forza di questo disco risiede però nel trittico che, partendo dalla quinta traccia Forever And A Day e passando per la trascinante Thinking In Reverse, si conclude con la beatlesiana Young Man, Old Man. Non tutto l’album è al livello dei brani sopraccitati, ma il risultato complessivo è ben al di sopra della sufficienza.


scritto da: drown alle ore settembre 10, 2005 15:27 | link | commenti (2)
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venerdì, 02 settembre 2005

Oldies but goldies... Ne siamo certi?

Questa è la sconvolgente domanda che mi sono posto qualche minuto fa, dopo aver rivisto su Mtv un talk-show vecchio di 7 anni. Erano davvero "bei vecchi tempi" quelli del Tokusho e di tutti quei baldi giovani - da Andrea Pezzi in giù - che verso la fine degli anni '90 occuparono quasi militarmente i palinsesti di molti canali, convincendoci per una frazione di secondo che il tubo catodico potesse produrre qualcosa di interessante? Andrea Pezzi dove sei finito? Che fine hai fatto? Probabilmente avrai perso i capelli e, come un novello Sansone, anche quell'ironia pungente che segretamente ti invidiavo... Mi sento truffato, ecco! Un brillante manipolo di autori televisivi ha convinto me, e immagino tanti altri, che "se c'era posto in televisione per uno come Pezzi, anch'io nel mio piccolo ce l'avrei fatta". Nessuno mi ha mai spiegato quanto fossero false ed infondate queste mie speranze... Il mondo quelli come Pezzi li esalta, li accoppia con un'attrice della famosa Accademia Boncompagni (magari insaporendo il tutto con un bell'abbandono del tetto coniugale a tempi di record da parte dell'attrice di cui sopra) e poi li relega nel cuore della notte... Per "giustiziarli" infine con l'oblio.

Andrea, mi manchi e spero davvero che tu stia bene... E poi, anche se non ci sei più, c'è sempre Fabio Volo...


scritto da: drown alle ore settembre 02, 2005 00:01 | link | commenti (6)
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