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domenica, 30 ottobre 2005

Depeche Mode – “Playing The Angel”

Verso la fine degli anni ’80 in pochi avrebbero scommesso sulla durata del fenomeno musicale noto ai più come “synth-pop”. Nonostante la musica tenda effettivamente a riciclare se stessa e le proprie mode con una certa regolarità – basti pensare alle molte band che tuttora si rifanno agli anni ottanta – i Depeche Mode di Martin Gore (principale compositore ed autore della band originaria di Basildon, Inghilterra) sono uno dei pochi gruppi rimasti sempre sulla cresta dell’onda. Dischi come Violator del 1990 – vero e proprio crocevia musicale degli anni ‘80/’90 grazie a singoli quali Enjoy The Silence o Personal Jesus – e il successivo Songs Of Faith And Devotion del 1993 hanno impedito ai Depeche di rimanere ingabbiati negli ormai scialbi inni da discoteca degli esordi. Gli anni novanta, tra alti (i concerti sold-out e la grande celebrità) e bassi (l’abbandono del tastierista Alan Wilder e l’overdose quasi fatale di Gahan avvenuta nel 1996), hanno visto comunque brillare la stella dei nostri. Playing The Angel, a quasi venticinque anni dal debutto avvenuto nel 1981 con Speak And Spell, merita di essere analizzato con grande attenzione, poiché tra le pieghe delle sue dodici tracce si annida il segreto della più longeva e celebre band elettronica contemporanea. Lo stridio quasi apocalittico che accoglie l’ascoltatore in apertura dell’iniziale A Pain That I’m Used To ci immerge immediatamente nel mondo dei Depeche Mode; un universo sonoro dove la voce calda di un Dave Gahan in stato di grazia troneggia sulle gelide ed imponenti impalcature erette dai sintetizzatori programmati da Martin Gore. La seconda traccia John The Revelator, a parte il titolo “biblico” e un coro gospel adagiato sullo sfondo del ritornello, colpisce per la voce sicura e travolgente di Gahan. La successiva Suffer Well, pur essendo uno dei tre brani composti da Gahan per Playing The Angel, si presenta fin da subito (ed anche grazie all’inconfondibile chitarra di Gore) come un classico à la Depeche Mode. Il quarto brano Sinner In Me rappresenta l’apice dell’intero album: la riuscita commistione tra sintetizzatori e ritmiche elettroniche, senza contare quella tra le voci di Gahan e Gore, fa da preludio perfetto ad una distorsione di grande impatto. Altri episodi degni di nota sono senz’altro il primo singolo Precious, la vibrante interpretazione resa da Martin Gore in Damaged People e la conclusiva “elettro-suite” per pianoforte Darkest Star. I progetti musicali cui Gahan e Gore si sono dedicati negli anni intercorsi tra il precedente Exciter del 2002 e questo album hanno rinvigorito e donato nuova linfa creativa ad entrambi. A volte soffrire fa bene, soprattutto se dai sentimenti più cupi e desolati si riescono ad estrarre tali gemme.

scritto da: drown alle ore ottobre 30, 2005 15:32 | link | commenti (13)
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Fiona Apple – “Extraordinary Machine”

Fiona Apple, a cinque anni di distanza dal precedente When The Pawn, per il suo ritorno sulle scene è stata coinvolta quasi suo malgrado in una curiosa polemica con la propria etichetta discografica; la Sony infatti avrebbe costretto la giovane artista statunitense a riscrivere il nuovo album, avendolo ritenuto poco “appetibile” nella veste iniziale. La notizia (confermata dai provini dell’intero album finiti sul web agli inizi del 2005) è giunta in qualche modo ad alcuni che fans che hanno subito avviato una petizione on-line per obbligare la Sony a pubblicare il terzo album della Apple. L’aspetto più interessante della vicenda resta l’assoluta estraneità di Fiona alle proteste fatte in suo nome; è stata infatti lei stessa a decidere, senza alcuna apparente pressione esterna, di accantonare il lavoro fatto col produttore storico Jon Brion per avvalersi dei servigi di Mike Elizondo, fino ad allora avvistato negli studi di rappers quali Eminem o 50 Cent. Le dodici canzoni di Extraordinary Machine, a parte la prima e l’ultima traccia rimaste fedeli alla stesura originaria (quella di Jon Brion, per intenderci), ci presentano una Fiona Apple in ottima forma. L’inseparabile pianoforte che l’accompagna fino dal suo debutto (Tidal, del 1996) ricopre ancora un ruolo di primo piano, ma rispetto agli esordi lo stile del lavoro rinvia decisamente al secondo album When The Pawn. Le ricche orchestrazioni, a differenza del passato, non soffocano tuttavia l’urgenza che affiora dai testi di un’artista ormai matura. La rottura col compagno Paul Thomas Anderson – regista cult di pellicole come Magnolia e Boogie Nights – ha evidentemente aiutato Fiona nel conferire a canzoni come Get Him Back, Better Version Of Me, Please Please Please e Not About Love un valore catartico di indubbia efficacia.

scritto da: drown alle ore ottobre 30, 2005 15:27 | link | commenti
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