Drown

domenica, 27 novembre 2005

 System Of A Down – “Hypnotize”

Le dodici canzoni di Hypnotize – seconda fatica discografica data quest’anno alle stampe dal quartetto californiano di origine armena – confermano quanto si era già intuito sei mesi fa col precedente Mezmerize: i System Of A Down hanno detto tutto quello che avevano da dire. La scelta di distribuire 23 canzoni in due album, ora che abbiamo a nostra disposizione il quadro completo, appare come una discutibile operazione commerciale. A ben ascoltare non c’è infatti materiale di qualità sufficiente per fare un solo buon album, figuriamoci due! I primi dischi dei System Of A Down – l’omonimo debutto del 1998 e Toxicity del 2000 –comparsi durante l’esplosione del nu-metal (sotto genere di cui furono alfieri indiscussi gli ormai scomparsi Limp Bizkit), furono salutati da pubblico e critica come uno shock salutare: oggi però le violente accelerazioni, il ricorso a sonorità mediorientali e la voce schizofrenica del cantante Serj Tankian non convincono più. I quattro anni di distanza tra Toxicity e Mezmerize/Hypnotize (escludendo la raccolta Steal This Album del 2002)  stanno lì a sottolineare l’empasse in cui sono venuti a trovarsi i System Of A Down. L’iniziale Attack suona come una parodia dei vecchi System: ad un violentissimo riff di chitarra seguono una strofa quasi sussurrata e subito dopo un ritornello urlato. L’intero album va avanti così per poco meno di quaranta minuti, ma le canzoni capaci di restare impresse più delle altre sono soltanto una manciata: Stealing Society (veloce e brutale come le altre, ma più orecchiabile), Holy Mountains (la canzone più lunga ed articolata dei System: oltre i cinque minuti!) e la versione elettrica di quella Soldier Side già incontrata come brano d’apertura acustico nel precedente Mezmerize.

scritto da: drown alle ore novembre 27, 2005 16:22 | link | commenti (4)
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martedì, 22 novembre 2005

Vero fenomeno televisivo di questi ultimi tempi, a parte le dilaganti fiction di matrice religiosa e i demenziali silenzi di Celentano, è il successo crescente di telefilm provenienti dagli Stati Uniti. La stessa definizione di “telefilm” appare ormai insufficiente per prodotti che nulla hanno da invidiare, quanto a cura dei dialoghi e costi realizzativi, ai fratelli maggiori di Hollywood. Sex And The City, C.S.I., Desperate Housewives e Dr. House Medical Division sono soltanto i più brillanti tra i molti titoli capaci di raccogliere davanti ai nostri teleschermi milioni di spettatori. Le proposte giudicate dai direttori delle reti in chiaro troppo “ardite” – penso alla bizzarra famiglia di becchini raccontata in Six Feet Under oppure all’odissea carceraria di Oz – vengono relegate in fasce orarie talmente inoltrate da scoraggiare chiunque non soffra di insonnia. Questo discorso tuttavia non vale per quelli che, delusi dalla cosiddetta televisione “generalista”, decidono di abbonarsi ai canali satellitari, ritagliandosi così ogni giorno almeno un paio d’ore di buona televisione. Un altro interessante aspetto legato al mondo dei serial televisivi sono i sempre più numerosi adattamenti per il grande schermo di vecchi telefilm di culto (Starsky & Hutch¸ Charlie’s Angels e il recente Vita da Strega) che, garantendo buoni risultati al botteghino, ridanno fiato ad un’industria cinematografica oramai a corto di idee. Meritano di essere tenuti fuori da questi discorsi telefilm come Dawson’s Creek e gli epigoni californiani di The O.C., caratterizzati da dialoghi fin troppo brillanti per essere rivolti ad un pubblico di adolescenti o aspiranti tali. La situazione in Italia, nonostante la spiccata tendenza nostrana a volere raccontare ed esaltare qualsiasi categoria lavorativa (mancano all’appello soltanto i netturbini!), non è comunque delle migliori. Oltre agli innocui cadaveri di C.S.I. e alle persone scomparse di Senza Traccia (entrambi prodotti dal reazionario Jerry Bruckheimer, l’uomo dietro blockbuster come Armageddon e Black Hawk Down), sui nostri schermi quasi non si vede altro in prima serata, legittimando il sospetto che Rai e Mediaset acquistino ormai controvoglia, forse al solo scopo di sottrarli alla concorrenza, alcuni serial televisivi. In questa sorta di “monologo a due” si inserisce fortunatamente, con ammirevole coraggio, la programmazione di La7 che tra passi falsi (l’improbabile dottoressa/detective di Crossing Jordan) e mosse azzeccate (le magnifiche e leggermente nevrotiche eroine di Sex And The City) sembra osare parecchio con le lesbiche di The L World, pur trasmettendole in terza serata. Piccoli ma significativi passi avanti di una televisione che ancora oggi mostra, nei propri palinsesti, i segni di un provincialismo duro a morire.


scritto da: drown alle ore novembre 22, 2005 20:24 | link | commenti (2)
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