Drown

mercoledì, 28 dicembre 2005

The Darkness – “One Way Ticket To Hell… And Back”

Le dieci canzoni di One Way Ticket To Hell... And Back, secondo attesissimo album dei The Darkness, non reggono neanche lontanamente il confronto con quelle del fulminante debutto del 2003 Permission To Land. La formula musicale stracolma di rimandi al passato (dai Queen di Freddie Mercury in giù) che ha procurato loro fama e gloria questa volta non ha pagato. I motivi sono evidenti fino dall’ascolto del singolo apripista che da il titolo all’album; la produzione, affidata a Roy Thomas Baker  (Rolling Stones, The Who e gli immancabili Queen di Bohemian Rhapsody), ha levigato più del dovuto il suono “cafone” dei Darkness, togliendo così forza a canzoni formalmente impeccabili ma prive d’anima. Uno degli elementi principali che ha reso Permission To Land un grande successo è senza dubbio, oltre alla celeberrima I Believe In A Thing Called Love, il poderoso wall of sound (Black Shuck, Growing On Me e Get Your Hands Off My Woman) ottenuto dalle chitarre dei fratelli Hawkins. In questo secondo lavoro mancano sia i bei singoli di una volta che quel suono ruvido e sporco. Il primo singolo estratto One Way Ticket non convince, mentre le successive Knockers e Is It Just Me? sono semplicemente repliche sbiadite di quanto già sentito nell’album precedente. L’unico brano ascoltabile è la ballata strappalacrime Seemed Like A Good Idea At The Time, forse un po’ troppo melensa a causa degli archi ma nell’insieme accettabile. Nonostante possa apparire scorretto rinfacciare al quartetto inglese l’assenza di singoli orecchiabili va detto però che è ragionevole aspettarsi almeno un pizzico di mestiere in più, soprattutto se si decide di non cambiare le carte in tavola. L’allontanamento del bassista Frankie Poullain per motivi economici, i progetti solisti del cantante Justin, una canzone dedicata alla paura di perdere i capelli (Bald) e le scarse vendite di One Way Ticket To Hell… And Back non compongono un quadro roseo per i Darkness. Arrivederci al terzo album, se ce ne sarà uno.

scritto da: drown alle ore dicembre 28, 2005 19:17 | link | commenti
categorie:
domenica, 18 dicembre 2005

 The Strokes – “First Impressions Of Earth”

Conclusasi l’ascesa (con tanto di inevitabile caduta nel dimenticatoio, grazie anche alla sregolata vita dell’ex cantante Pete Doherty) dei Libertines, unica risposta anglo-sassone altrettanto “cool” allo strapotere del quintetto newyorchese, è giunto il momento per gli Strokes di pubblicare la loro terza creatura: First Impressions Of Earth. Il brano d’apertura You Only Live Once è il migliore biglietto da visita al quale  potessero affidarsi; la lamentosa voce di Julian Casablancas si adagia a meraviglia su una melodia insipida al punto giusto. Il giro di basso quasi punk e le chitarre affilate come rasoi della seconda traccia Juicebox per un istante mi fanno pensare ad un vero gruppo rock, ma la voce a tratti strozzata e comunque decisamente scarsa di Casablancas placa subito i miei ingiustificati timori. In Heart In A Cage gli Strokes sembrano quasi scimmiottare Iggy Pop, e nonostante un pensiero del genere mi turbi parecchio a fatica riesco a levarmi di dosso questa sgradevole sensazione. Il disco prosegue con ritmo altalenante, concedendosi alcune graziose melodie di quarta mano (Razorblade, Electricityscape) e qualche altra improbabile sterzata rock (l’epilettica Vision Of Division e l’urlata Fear Of Sleep) di cui in pochi, perfino tra i fan degli Strokes, sentivano il bisogno. La produzione di First Impressions Of Earth è stata affidata a David Khane (Sugar Ray, Staind) che, stando a quanto riferito dallo stesso Casablancas, se trova in un brano “una parte strana e interessante ma non popolare, allora cerca di trasformare il tutto in qualcosa di più accessibile cancellando le cose singolari”. L’impressione che si trae dall’ascolto di questo lavoro è assai differente; le quattordici tracce di First Impressions Of Earth non sembrano per niente una versione scolorita o annacquata degli Strokes quanto invece la naturale evoluzione di un percorso improntato, fino dal debutto Is This It del 2001, al più pedissequo manierismo. Sarebbe opportuno correre ai ripari finché si è in tempo, al fine di non ritrovarsi tra 20 anni allo stesso punto; il repertorio di cui dispongono gli Strokes non è infatti così valido da poter essere saccheggiato impunemente troppo a lungo.


scritto da: drown alle ore dicembre 18, 2005 12:22 | link | commenti
categorie:
sabato, 03 dicembre 2005

Korn – "See You On The Other Side"

Immarcescibili. Questo è forse l’aggettivo che più si adatta all’ex quintetto californiano capitanato dal carismatico cantante Jonathan Davis; non saprei infatti come meglio definire un gruppo attivo da oltre un decennio e ostinatamente ancorato ad un sound aggressivo che è, nonostante lievi aggiustamenti di mira, sempre lo stesso da almeno sette anni. E’ stato infatti il grande successo di vendite e di critica ottenuto col terzo album del 1998 Follow The Leader a spingere i Korn verso il comodo sentiero dell’auto-celebrazione. Si è trattato di una scelta che non ha comunque impedito a Davis & Soci di pubblicare negli ultimi anni alcuni singoli dalla struttura semplice ma dall’impatto devastante. All’inizio del 2005 uno dei due chitarristi, Brian “Head” Welch, ha lasciato la band a seguito di un’improvvisa e folgorante conversione al cristianesimo. Il nuovo album See You On The Other Side non sembra tuttavia risentire minimamente della sua assenza. L’unico aspetto nel quale può aver giocato un ruolo importante il venir meno di una seconda chitarra è la presenza, in questo lavoro, di molte tracce dove è la sezione ritmica a farla da padrona (la quasi industrial Throw Me Away, l’anomala ballata Love Song e le più prevedibili Coming Undone e For No One). Rispetto agli esordi le influenze hip-hop sono di fatto scomparse e l’ossessiva ricerca di un ritornello orecchiabile si è fatta sempre più assidua. Il singolo Twisted Transistor, nonostante un ritornello non banale, resta tuttavia al di sotto dello standard dei Korn. Va decisamente meglio con la seconda traccia Politics, accattivante e violenta al tempo stesso, ma si tratta di un episodio isolato. Siamo probabilmente davanti al peggiore album mai dato alle stampe dai Korn. Peccato.

scritto da: drown alle ore dicembre 03, 2005 21:21 | link | commenti (1)
categorie:

Rammstein – “Rosenrot”

Dopo l’ottimo Reise Reise del 2004 i Rammstein – il più importante gruppo metal di lingua non inglese – ricalcano le scene con un nuovo lavoro. Alcune delle tracce incluse in Rosenrot, a partire dall’omonima traccia che da il titolo al disco, sono almeno sulla carta “scarti” del precedente Reise Reise. Tuttavia si intuisce già a partire dalla seconda canzone Mann Gegen Mann (“Uomo Mangia Uomo”, una potente metafora sulla condizione dei gay) che Rosenrot è a tutti gli effetti il quinto album ufficiale dei Rammstein, e non un’astuta mossa ideata per spennare quattrini ai sempre più numerosi fan del sestetto tedesco. L’impressione è anzi che i nostri abbiano voluto sperimentare parecchio, aggiungendo alla loro esplosiva ricetta (chitarre granitiche + tastiere gotiche + orchestrazioni sinfoniche a dir poco epiche) alcuni episodi non sempre riusciti ma ammirevoli per il coraggio che dimostrano: mi riferisco soprattutto alla ballata per due voci Stirb Nicht Vor Mir / Don’t Die Before I Do dove fa la sua comparsa la scozzese Sharleen Spiteri, cantante del gruppo pop Texas. Un discorso a parte va fatto per Te Quiero Puta! che, a parte il titolo vagamente offensivo, con le sue trombe mariachi e il testo spagnolo cantato da Till Lindemann è in realtà un divertito omaggio al mondo latino-americano. Altro aspetto degno di nota sono gli interessanti riferimenti letterari (dai poemi di Goethe alle più belle favole popolari germaniche) che arricchiscono più di un testo di Rosenrot.

scritto da: drown alle ore dicembre 03, 2005 21:20 | link | commenti
categorie:

Deftones / B-Sides And Rarities

Lo scorso ottobre la band californiana di Sacramento, dopo l’omonimo album del 2003, è ritornata sulle scene con un’insolita raccolta di cover (ben otto tracce su quattordici appartengono ad altri artisti) e rarità variamente assortite. Chi conosce bene i Deftones e la passione del cantante Chino Moreno per la musica degli anni ottanta non sarà sorpreso più di tanto nel trovare tra le cover scelte dai nostri brani dei Duran Duran (The Chauffeur), Smiths (Please Please Please Let Me Get What I Want) oppure degli onnipresenti Cure di Robert Smith (If Only Tonight We Could Sleep). Ma le interpretazioni di brani altrui più riuscite sono altre: penso a Wax And Wave (originariamente dei Cocteau Twins) e soprattutto ad una fenomenale Simple Man della rock band sudista Lynyrd Skynyrd. Le tracce originali rielaborate dai Deftones, perlopiù in chiave acustica, sono quattro: una versione pressoché identica all’originale di Change (In The House Of Flies), un mix quasi trip-hop di Teenager, una scialba ripresa unplugged di Digital Bath ed una strepitosa rivisitazione elettro-acustica di Be Quiet And Drive (Far Away) che, a chiusura dell’album, riscatta da sola gli altri tre brani. I due brani inediti della raccolta – Black Moon e Crenshaw Punch/I'll Throw Rocks At You, risalenti rispettivamente al periodo di White Pony (2000) e Around The Fur (1997) – non sono particolarmente degni di nota, e quasi faticano a trovare un loro posto in un disco del genere. Appare infine inspiegabile l’assenza di To Have And To Hold, brano dei Depeche Mode che i Deftones registrarono alcuni anni fa per l’album di tributo For The Masses.

scritto da: drown alle ore dicembre 03, 2005 21:19 | link | commenti (2)
categorie:

self-improvement is masturbation

Chi sono

Utente: drown

Commenti recenti

Lessio in Brett Anderson &ndas...

Archivio

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

Categorie

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte