Arctic Monkeys – “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”
Il chilometrico titolo che accompagna il debutto sulla lunga distanza degli Arctic Monkeys – quattro imberbi ventenni di Sheffield – è la tipica affermazione sfrontata che ci si aspetterebbe da un gruppo di adolescenti pronti a conquistare il mondo. Sarà forse questa la ragione che ha spinto una leggenda vivente come David Bowie, passato in questi anni dal ruolo di precursore a quello di attento osservatore delle mode musicali, a spendere belle parole sugli Arctic Monkeys ancora prima che dessero alle stampe il loro primo album? Non ne ho idea, e probabilmente non è questo ciò che conta davvero. Risulta tuttavia difficile scindere il “chiacchiericcio mediatico” intorno alle nuove band inglesi dal reale valore dei brani presi, di volta in volta, in esame. Gli Arctic Monkeys, forti di un passaparola che attraverso internet si è fatto tamtam inarrestabile, possono già vantare un singolo a dir poco efficace come I Bet You Look Good On The Dancefloor. L’ascolto di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, per il terribile gioco dei corsi e ricorsi storico-musicali al quale nessuno di noi vuole mai rinunciare, fa venire in mente i soliti nomi altisonanti: dai Clash (o forse sarebbe meglio lasciare riposare in pace il povero Strummer e scomodare al massimo gli scandinavi The Hives?) agli Smiths per quanto riguarda i padri nobili, e fino ai vari Franz Ferdinand e The Libertines. La domanda sbagliata che tuttavia voglio pormi è questa: bastano una manciata di canzoni ritmate e scanzonate per gridare al capolavoro? La risposta, come direbbe Corrado Guzzanti, si trova dentro di me ma è sbagliata. Sbagliata almeno quanto la domanda che mi sono posto. Ai gruppi di oggi non si chiede infatti niente di più che un pugno di canzoni orecchiabili e gli Arctic Monkeys ne hanno almeno tre a loro disposizione: l’iniziale The View From The Afternoon, la sopraccitata I Bet You Look Good On The Dancefloor e la trascinante Fake Tales Of San Francisco. Per queste ed altre mille ragioni sembra quindi importare davvero poco, sia agli addetti ai lavori che al pubblico, se tra un paio d’anni degli Arctic Monkeys si parlerà già al passato remoto.