Drown

sabato, 04 febbraio 2006

Placebo – “Meds”
 
Il quinto album prodotto in studio dal trio capeggiato dall’efebico cantante Brian Molko conferma i sospetti maturati intorno al precedente Sleeping With Ghosts del 2003: i Placebo stanno consapevolmente realizzando cloni perfetti dei loro brani più famosi. Con ciò non si vuole perseguire alcun fine denigratorio, bensì manifestare piuttosto un’ammirata constatazione; va infatti detto che Meds, nonostante aggiunga veramente poco a quanto già realizzato dai Placebo con i loro primi due album, resta comunque un buon disco. Dalle tredici tracce che lo compongono traspare una rinnovata predilezione per il rock più abrasivo degli esordi. Il brano d’apertura che da il titolo all’album in questa ottica funge da vero e proprio manifesto programmatico, grazie alle distorsioni portate in dono da Alison "VV" Mosshart, cantante del duo garage The Kills. Le successive Infra-Red e Drag ci fanno riassaporare per una manciata di minuti i Placebo più arrabbiati che negli ultimi dischi avevamo perso di vista. Le suggestioni elettroniche sono ridotte al minimo, per volontà del produttore francese Dimitri Tikovoi e dello stesso Molko, e soltanto con la quinta traccia (la romantica – a dispetto del titolo – ballata Follow The Cops Back Home) la tensione che attraversa questa prima parte di Meds si attenua. Il primo singolo Because I Want You, quasi nascosto a metà dell’album, non è tra gli episodi migliori e si lascia ascoltare senza rimanere particolarmente impresso. Broken Promise vede come ospite uno spaesato Michael Stipe, non del tutto a proprio agio e forse addirittura sprecato in un brano troppo aggressivo per le sue corde. Esclusi i due episodi sopraccitati Meds rappresenta nel complesso un buon punto d’arrivo per una band che del proprio sound ha saputo fare un marchio di qualità. Un risultato forse non da esaltare, ma certamente da non sottostimare con i tempi che corrono.

scritto da: drown alle ore febbraio 04, 2006 10:05 | link | commenti
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Artisti Vari - “The Killer In You: A Tribute To The Smashing Pumpkins”
 
Mentre Billy Corgan continua a gettare nel panico i fan dell’unica vera band che abbia mai avuto dichiarando che gli Smashing Pumpkins ritorneranno presto insieme, salvo poi smentirsi il giorno dopo affermando il contrario, una piccola etichetta indipendente di New York – la Reignition Recordings – propone in queste settimane una raccolta di undici canzoni delle Zucche riprese per l’occasione da un manipolo di gruppi in larga parte riconducibili alla scena emo statunitense. L’operazione, come molte altre già viste con artisti praticamente “coevi”, ha parecchi difetti ed un unico indubbio pregio: le fedeli interpretazioni dei brani maggiormente aggressivi (Zero, Jellybelly e Quiet), al pari dei pretestuosi stravolgimenti di altri episodi (penso alla versione inutilmente “burina” di The Everlasting Gaze e alle discutibili riletture di 1979 e We Only Come Out At Night), mostrano con chiarezza quanto le intuizioni melodiche e le soluzioni scelte da Corgan oltre dieci anni fa siano tuttora attuali ed efficaci. Brani come Cherub Rock, Soma e Mayonaise  (tre gemme estratte dall’ottimo Siamese Dream, album ingiustamente oscurato agli occhi dei posteri dal magniloquente doppio Mellon Collie And The Infinite Sadness), nonostante le esecuzioni scolastiche dei gruppi coinvolti, si stagliano nella memoria di chi ha in mente gli originali come classici del rock. I limiti di un tributo del genere, affidato ad una pattuglia di adolescenti e pertanto altalenante nei risultati, non intaccano minimamente l’encomiabile spirito che permea questo disco. Chissà che perfino lo stesso Billy Corgan non impari qualcosa sul significato del termine “rispetto” ascoltando, con attenzione e un po’ di umiltà, il sincero attestato di stima che le giovani leve del rock americano tributano alle sue Zucche.

scritto da: drown alle ore febbraio 04, 2006 10:04 | link | commenti
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venerdì, 03 febbraio 2006

MUNICH
 
Dodici anni dopo Schindler’s List Steven Spielberg ritorna sulla questione ebraica affrontando i tragici fatti avvenuti durante le Olimpiadi di Monaco del 1972 quando un commando di Settembre Nero, organizzazione terroristica il cui nome rievoca il massacro di civili palestinesi compiuto due anni prima dall’esercito giordano, prese in ostaggio e poi uccise undici atleti israeliani. Pur muovendo da quello che fu il primo atto terroristico ad alto tasso di “spettacolarità” (i telespettatori connessi superavano il miliardo), Munich mette a fuoco la vendetta perpetrata nei mesi successivi dal Mossad, il servizio segreto israeliano. Le uccisioni mirate – per quanto possano esserlo irruzioni ad armi spianate e potenti deflagrazioni in edifici abitati anche da civili – si susseguono per buona parte del film. Ciononostante Spielberg riesce, non senza qualche sbavatura (come alcuni dialoghi assai semplicistici sulla questione arabo-israeliana), a descrivere efficacemente la folle spirale di violenza in cui gli ebrei, vittime per antonomasia, si ritrovano alla fine con le mani insanguinate più di quelle dei terroristi palestinesi. La contraddizione emerge con forza dai rimorsi dell’agente del Mossad Avner interpretato da Eric Bana. Lieto all’inizio per avere ricevuto dal primo ministro Golda Meir il compito di stanare ed uccidere i mandanti dell’attentato di Monaco, Avner si accorgerà ben presto con sgomento che la vendetta, assieme al sangue dei colpevoli, esige spesso anche quello di troppe vittime innocenti.

scritto da: drown alle ore febbraio 03, 2006 21:11 | link | commenti
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