Lacuna Coil – “Karmacode”
Il sestetto milanese dei Lacuna Coil, attivo ormai da quasi un decennio, si appresta a confermare se non addirittura ad aumentare il consenso raccolto grazie al precedente Comalies del 2002. Le tredici canzoni di Karmacode – compresa la felice rivisitazione di Enjoy The Silence dei Depeche Mode – sono arrangiate e prodotte in maniera impeccabile: le voci di Andrea e della carismatica Cristina si amalgamano alla perfezione, e l’intera band dà l’impressione di essere ancora più compatta ed affiatata che in passato. Il seguito di cui gode negli Stati Uniti (questa estate si esibirà con Ozzy Osbourne e System Of A Down sul palco principale del celebre festival itinerante Ozzfest) solletica il campanilismo di certo giornalismo musicale nostrano, interessato più che altro ad esaltare il clichè dell’artista italiano che ce l’ha fatta all’estero. Non siamo tuttavia dinnanzi ad una band costruita a tavolino da qualche avida casa discografica desiderosa di vendere agli americani, rimasti orfani degli Evanescence (qualcuno sa che fine abbiano fatto?), l’ennesima paccottiglia gothic-metal da saldi di fine stagione. Il primo singolo Our Truth, già apparso nella colonna sonora di Underworld: Evolution, nonostante sia orecchiabile non dovrebbe fare gridare i fan dei Lacuna Coil al tradimento. Come ha ben intuito Cristina le critiche cui viene sottoposta la sua band sono dovute in larga parte al fatto che un’altissima percentuale di ascoltatori di questo genere sono anche musicisti. La verità è che, oltre alla voce aggressiva ma aggraziata di Cristina, i Lacuna Coil possono contare su alcuni riff dall’efficacia micidiale e su una sezione ritmica che in alcuni episodi ricorda i migliori Korn (What I See). Quanti altri gruppi metal in Italia, ma anche nel resto d’Europa, possono vantare credenziali del genere? Pochi, ammesso che ce ne siano.
Yeah Yeah Yeahs – “Show Your Bones”
"Show Your Bones (mostra le tue ossa) è quello che capita quando metti le dita nella presa della corrente". Così la cantante Karen O spiega il significato della “corrente elettrica” che attraversando le tracce del nuovo album dovrebbe, nelle intenzioni del terzetto newyorchese da lei capitanato, “fulminare” l’attenzione dell’ascoltatore. Ma ad essere sinceri di scioccante in questo album c’è solo l’imbarazzante assenza di idee: Gold Lion – la prima traccia dell’album e, non a caso, primo singolo estratto – rappresenta un picco che, a partire dalla successiva Way Out (titolo profetico, visto che è proprio ad una via d’uscita che viene voglia di fare ricorso), si tramuta ben presto nel ciglio di un baratro. Col pretesto che non ci sono dischi veramente brutti molti critici, ricorrendo a vuote formule assolutorie (“quel che fanno non è nuovo, ma è comunque carino”), evitano di stroncare lavori come questo Show Your Bones. Appare tuttavia evidente che c’è più carisma nella voce sguaiata di una qualsiasi Juliette Lewis che nelle pose da mancata musa warholiana di Karen O. L’inutilità di un lavoro del genere si palesa da sola, fino dal primo ascolto. A chi scrive resta solo da constatare, non senza un pizzico di sbigottimento, quanto gruppi così insignificanti come gli Yeah Yeah Yeahs continuino a godere di credito presso buona parte della critica musicale.
Embrace – “This New Day”
Dopo essere resuscitati grazie alla intercessione semi-divina di sua maestà Chris “Coldplay” Martin, amico di lunga data del cantante Danny e reo di aver regalato agli Embrace una ballata di rara bellezza come Gravity (singolo trainante del precedente album Out Of Nothing), per i fratelli McNamara è tempo di confermare i positivi risultati di critica e pubblico riottenuti dopo anni di opaca anticamera. Pur avendo debuttato soltanto nel 1998 con l’ottimo The Good Will Out gli Embrace, insieme agli Oasis, sono fra i pochissimi testimoni ancora “in attività” dell’epopea brit-pop, e tutti noi sappiamo che per sopravvivere ai vorticosi ritmi (e avvicendamenti) che caratterizzano da sempre la scena musicale inglese non basta un’attitudine spaccona. I fratelli McNamara hanno anche quella ma, per loro fortuna, anche una felice propensione a scrivere canzoni di grande presa, a metà strada tra gli U2 più epici e l’intimismo “mainstream” dei loro amici Coldplay. This New Day, fin dalle iniziali No Use Crying e Nature’s Law, candida gli Embrace a raccogliere (o quantomeno a dividere con i Coldplay) il testimone di alfieri del pop anglosassone. Il numero di potenziali singoli di successo presenti all’interno di questo album raggiunge la metà del totale; con cinque valide canzoni (aggiungerei infatti alle due già menzionate la trascinante Target, The End Is Near col suo incalzante incipit di pianoforte e la romantica ballata I Can’t Come Down), gli Embrace possono ritenersi più che soddisfatti del lavoro fatto.
Academy Awards 2006
La settantottesima cerimonia di consegna degli Academy Awards come da copione ha disatteso le aspettative degli scommettitori e dei cinefili più incalliti, preferendo ai favoriti della vigilia Steven Spielberg (in gara con due film: Munich e La guerra dei mondi) e Ang Lee (I segreti di Brokeback Mountain) lo sceneggiatore premio oscar per Million Dollar Baby Paul Haggis che, alla tenera età di 52 anni, è probabilmente il più anziano regista debuttante a vincere nella categoria “miglior film” col suo Crash. Non è forse un caso che proprio quest’anno l’oscar alla carriera sia andato a Robert Altman, geniale fautore di quel cinema “corale” (si pensi ad America Oggi) cui Haggis sembra essersi ispirato per la struttura narrativa di Crash. Nonostante la prevedibile freddezza riservata al controverso Munich di Spielberg (resta memorabile il trattamento riservato ad un’altra sua pellicola, Il Colore Viola, accompagnata da undici candidature ma finita senza alcuna statuetta), sono ben altri i titoli quasi dimenticati dall’Academy a lasciare sorpresi. Si parte dai capolavori d’animazione di Burton (La sposa cadavere) e Miyazaki (Il castello errante di Howl), ignorati a beneficio degli inglesi Wallace e Gromit, per arrivare al patriottismo in salsa liberal di Good night and good luck realizzato e fortemente voluto da George Clooney (miglior attore non protagonista per Syriana), che non ha però ottenuto nessuno dei principali premi cui era stato candidato. Quando l’amore brucia l’anima, ennesimo film “bio-agiografico” sulla vita della leggenda country Johnny Cash, pur annoverando un Joaquin Phoenix in gran spolvero ha raccolto un solo premio importante, assegnato alla migliore attrice protagonista Reese Witherspoon. A quanto pare, dopo l’oscar regalato lo scorso anno a Jamie Foxx per la sua calligrafica imitazione di Ray Charles, i giurati dell’Academy ritengono definitivamente saldato il conto con la categoria dei musicisti. Adesso è il turno degli scrittori: non si spiega altrimenti l’oscar per il migliore attore protagonista assegnato a Philip Seymour Hoffman per via dell’eccezionale aderenza fisica al personaggio (il celebre, omonimo romanziere) mostrata in Capote. Per quanto riguarda la sparuta pattuglia italiana presente al Kodak Theatre di Los Angeles ci limitiamo a segnalare la sconfitta de La bestia nel cuore di Cristina Comencini, costretta a cedere il passo di fronte al sudafricano Tsotsi.
self-improvement is masturbation