Drown

sabato, 29 aprile 2006

Dirty Pretty Things – “ Waterloo To Anywhere”

Una risposta adeguata agli inconcludenti Babyshambles di Pete Doherty, anima nera e tossica degli ormai disciolti Libertines, doveva necessariamente arrivare dal suo ex compagno di scorribande Carl Barat, non a caso considerato tra i due il “bravo ragazzo assennato”. Barat, il cui unico merito è quello di essere prima di tutto un musicista, dimostra col suo nuovo gruppo di avere capitalizzato al massimo le esperienze accumulate durante la breve eppure intensa avventura dei Libertines. La ricetta musicale dei Dirty Pretty Things, la cui formazione è prevalentemente composta da membri del precedente gruppo di Barat, non ci riserva particolari sorprese: le dodici tracce di Waterloo To Anywhere, ineccepibili quanto si vuole nella loro andatura sincopata, mostrano tuttavia tutti i limiti di un genere sempre più ripetitivo e fastidiosamente “autoreferenziale”. Le miriadi di band anglosassoni influenzate da Barat e Doherty hanno contribuito, saturando il mercato discografico e le orecchie del pubblico, ad appiattire la scena musicale britannica e a suggerire la paradossale impressione che i Dirty Pretty Things siano quasi dei cloni dei nuovi gruppi che adesso vanno per la maggiore. Brani come il singolo Bang Bang You’re Dead, Blood Thirsty Bastards e la penultima Last Of The Small Town Playboys sono ben strutturati, forse perfino troppo. La sensazione è che Barat, a differenza di quello scapestrato di Doherty, abbia fatto un po’ troppo il primo della classe. Il risultato? Un disco di poco sopra la media, comunque noioso e deludente.


scritto da: drown alle ore aprile 29, 2006 14:43 | link | commenti
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mercoledì, 26 aprile 2006

Pearl Jam

Il nuovo album dei Pearl Jam, ottavo lavoro in studio e primo dopo la separazione dalla casa discografica Epic/Sony, ha come titolo in copertina il solo nome del gruppo. Senza volerla caricare di eccessivo simbolismo questa scelta, sia nelle intenzioni che nel risultato, manifesta la volontà di riprendere con rinnovato slancio il discorso avviato quattro anni fa con la pubblicazione del precedente Riot Act. Va onestamente riconosciuto che l’impegno sociale dei Pearl Jam e del loro leader Eddie Vedder non è mai venuto meno nel corso degli anni: basti pensare all’ormai leggendario scontro con un colosso dell’industria dello spettacolo come Ticketmaster o alle mille campagne di sensibilizzazione sostenute, da quelle sui diritti delle donne alle più recenti contro l’amministrazione Bush. La principale differenza del nuovo lavoro, rispetto ai più recenti tra quanti lo hanno preceduto, risiede tuttavia nell’elevata qualità delle tredici tracce che lo compongono. Pearl Jam è un disco disperatamente sincero e le prime cinque, tiratissime canzoni stanno lì a dimostrarlo. Brani come World Wide Suicide, Comatose o Life Wasted non strizzano l’occhio al punk ma rappresentano veri e propri inni da “white riot” à la Clash, per citare uno dei gruppi preferiti di Vedder. Ma proprio quando riteniamo di aver trovato la chiave di lettura giusta ecco spuntare a metà disco una ballata dal sapore beatlesiano come Parachutes, e d’improvviso si fa fortissima la sensazione che proseguendo ci imbatteremo in altre sorprese. Infatti la successiva Unemployable, in perfetto contrasto con la spiazzante solarità di un ritornello degno dei Beach Boys, affronta il difficile tema della disoccupazione. Nei tre minuti scarsi di Big Wave incontriamo nuovamente il furore assaporato in apertura. Tocca comunque alle due ballate conclusive, la classica Come Back e la sperimentale Inside Job, ribadire la piena maturità artistica raggiunta dai cinque di Seattle capaci, dopo quindici anni d’attività, di maneggiare e dosare con encomiabile perizia carezze e pugni all’interno dello stesso album. Nulla va perso, ed è davvero grande musica quella che i Pearl Jam ci regalano. Una curiosità: Army Reserve vede come co-autore del testo Damien Echols, “dead man walking” rinchiuso nel braccio della morte la cui storia personale meriterebbe un articolo a parte (per chi volesse saperne di più consiglio il sito www.wm3.org).


scritto da: drown alle ore aprile 26, 2006 20:03 | link | commenti
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martedì, 25 aprile 2006

Tool – “10,000 Days”

10,000 Days regge il paragone con due dei tre precedenti album dei Tool: i capolavori Ænima e Lateralus, risalenti rispettivamente al 1996 e al 2001. La premessa ha lo scopo di rassicurare i numerosi e devotissimi fan del quartetto statunitense guidato dal carismatico cantante Maynard James Keenan. Le oniriche nenie metal dei Tool hanno infatti dato vita ad un culto sotterraneo che, in termini meramente commerciali, quasi si scontra con gli oltre dieci milioni di copie vendute da Keenan & Soci nel corso degli anni. Le undici tracce di 10,000 Days, pur sfiorando nel complesso gli ottanta minuti, sono quanto di più vitale e dinamico si possa trovare nella musica rock odierna. L’iniziale Vicarious, scelta dai Tool come primo singolo, grazie all’inconfondibile chitarra di Adam Jones e all’impeccabile sezione ritmica affidata al basso di Justin Chancellor e alla batteria di Danny Carey esibisce immediatamente i migliori numeri del repertorio. La successiva Jambi per altri sette minuti tiene altissimo il muro sonoro ed emotivo eretto poco prima, nonostante un riff di chitarra meno brillante del solito. Wings For Marie (Part 1), insieme all’altro brano Intension, è uno dei rarissimi momenti di irreale quiete che l’ipnotica voce di Maynard ci concede. Lost Keys (Blame Hofmann) fa da suggestiva ouverture alla successiva devastazione offerta da Rosetta Stoned, riproponendo in tal modo il binomio Parabol / Parabola già visto nel precedente Lateralus. La quinta traccia The Pot e la penultima Right In Two sono gli ultimi due episodi meritevoli di menzione. A completare l’album mancano all’appello i canti indiani (?) di Lipan Conjuring, la prevedibile suite di 10,000 Days (Wings Part 2) e i cinque minuti di incomprensibili rumori della conclusiva Viginti Tres. L’unico appunto che si potrebbe muovere ai Tool è forse un’eccessiva consapevolezza dei propri mezzi. In altre parole: mestiere. Trattandosi però di una delle migliori band attualmente in circolazione ben venga una certa presunzione di fondo, dal momento che i risultati ottenuti fanno pensare in più di un passaggio ad un’altra parola: capolavoro.


scritto da: drown alle ore aprile 25, 2006 22:16 | link | commenti
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domenica, 09 aprile 2006

The Streets – “The Hardest Way To Make An Easy Living”  
A quanto pare per il ventisettenne Mike Skinner, unico titolare del marchio The Streets, “la via più dura per fare una bella vita” consiste nell’avere ancora qualcosa da dire. Col precedente A Grand Don’t Come For Free (2004) Skinner aveva raggiunto l’apice del successo, soprattutto in Inghilterra, grazie all’indolente ballata Dry Your Eyes e alla ruffiana Fit But You Know It, un divertente plagio in salsa garage di Parklife dei compatrioti Blur. Due anni più tardi il ragazzo venuto da Birmingham, che “canta” (le virgolette sono d’obbligo visto che il buon Skinner al massimo recita i propri versi) col tipico accento cockney di Londra, dà l’impressione di essersi arenato. I testi taglienti ed ironici di The Streets sui pericoli della celebrità – l’incipit del singolo When You Wasn’t Famous si rivolge inequivocabilmente alla modella cocainomane Kate Moss – non sono più brillanti di una qualsiasi barzelletta su Lapo Elkann. Va inoltre aggiunto che molte delle basi musicali scelte per questo album sono piuttosto banali: l’iniziale Pranging Out e la successiva War Of The Sexes testimoniano meglio di ogni parola lo stallo creativo di Skinner. La strappalacrime All Goes Out Of The Window dovrebbe, nelle intenzioni di The Streets, ripetere il successo di Dry Your Eyes, ma l’impresa appare ardua. Hotel Expressionism, grazie ad un riff tanto ripetitivo quanto efficace, resta l’episodio migliore di The Hardest Way To Make An Easy Living. Il successo potrà non avere montato la testa a Mike Skinner, ma di certo un po’ gliel’ha svuotata; qui infatti le idee scarseggiano e neppure la simpatia del nostro riesce a nascondere l’evidenza.

scritto da: drown alle ore aprile 09, 2006 20:58 | link | commenti
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The Raconteurs – “Broken Boy Soldiers”

Jack White, leader del celebre duo The White Stripes, insieme alla sezione ritmica dei Greenhornes e al cantante Brendan Benson ha deciso di dedicare il 2006 al progetto parallelo The Raconteurs. Un celebre regista come Jim Jarmusch ha diretto il video per il primo singolo Steady As She Goes e la stampa anglosassone, come da copione, è già pronta ad incensare aprioristicamente la fatica di White & Soci. Le dieci tracce di Broken Boy Soldiers garantiscono quello che promettono: un po’ di sano rock ‘n’ roll. In alcuni passaggi si ha quasi l’impressione di avere dinnanzi una sorta di jukebox pronto ad eseguire, sotto le mentite spoglie di brani originali, tutti i successi degli anni settanta. Durante i neanche quaranta minuti di Broken Boy Soldiers affiora qua e là una certa monotonia. Oltre alla già citata Steady As She Goes – forse il brano migliore, certamente quello più orecchiabile – vanno menzionate la successiva Hands, Intimate Secretary e Level. I brani più rilassati – penso agli ultimi due Call It A Day e Blue Veins – non sempre colpiscono nel segno. Un disco senza lode né infamia, destinato soprattutto a saziare i fan dei White Stripes che non vogliono attendere il 2007 per ascoltare le nuove composizioni del proprio beniamino.


scritto da: drown alle ore aprile 09, 2006 20:56 | link | commenti
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domenica, 02 aprile 2006

Dresden Dolls – “Yes, Virginia”  

Nel 1897 Virginia O'Hanlon, una bimba di otto anni, interrogò il direttore del New York Sun sull’esistenza o meno di Babbo Natale. La risposta a questa ingenua domanda dà il titolo alla seconda opera dei Dresden Dolls, un album che di ingenuo ha davvero poco. La cantante/pianista Amanda Palmer e il batterista Brian Viglione hanno compiuto un vero e proprio miracolo, se si pensa all’omonimo debutto pubblicato dalla Roadrunner nel 2004. Le tredici perle di Yes, Virginia sono infatti orecchiabili e al tempo stesso raffinatissime, senza per questo riproporre pedissequamente il riuscito “punk cabaret brechtiano” (genere coniato dagli stessi Dresden Dolls) che aveva caratterizzato i loro esordi. La musica del duo di Boston, proprio perchè figlia di un passato ben preciso (il cabaret tedesco “degenerato” degli anni ’20 e tutto quello che ne consegue), è talmente fuori tempo massimo – se confrontata con i generi musicali tuttora imperanti – da risultare paradossalmente nuova e spiazzante. Il pianoforte di Amanda è sempre al servizio delle canzoni e mai l’opposto mentre la batteria di Brian, oltre ad essere pulita quando serve (Backstabber, Mrs. O, Mandy Goes To Med School), sa anche picchiare nei brani più convulsi (Sex Changes, Necessary Evil, Modern Moonlight). Quanto ai testi, anche quelli più controversi hanno sempre una loro valida motivazione. First Orgasm e Sex Changes affrontano temi legati alla sessualità percorrendo vie inusuali. In Mrs. O Amanda canta “There's No Hitler and No Holocaust / No Winter and No Santa Claus / And Yes, Virginia, All Because / The Truth Won't Save You Now”. Soltanto con malizia sarebbe possibile non cogliere il tormentato rapporto tra arte e verità che Amanda Palmer riesce a mettere in scena attraverso le sue paradossali affermazioni. La conclusiva Sing – oltre ad una serie di “fuck” che stridono alquanto con l’atmosfera raccolta del brano – ospita una chitarra, strumento solitamente bandito dalle bambole di Dresden. Yes, Virginia è un manifesto artistico e politico. Artistico per ovvi motivi, ma soprattutto politico per la sfida aperta che muove alle convenzioni sociali attualmente vigenti. Un ottimo esempio di arte “degenerata”.   


scritto da: drown alle ore aprile 02, 2006 15:15 | link | commenti
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Snow Patrol – “Eyes Open”

A due anni di distanza dall’inatteso exploit del precedente Final Straw (oltre due milioni di copie vendute ed un prestigioso Mercury Prize per il migliore album), la pressione accumulatasi intorno al quintetto capitanato da Gary Lightbody sembra avere giocato agli Snow Patrol un brutto scherzo. Le undici canzoni di Eyes Open, a partire dal primo singolo estratto You’re All I Have (brano dall’incedere teso ma estremamente melodico), convincono infatti soltanto in parte. La seconda traccia Hands Open, grazie ad una sezione ritmica in evidenza fin dalle prime battute ed un riff di chitarra semplice eppure incisivo, avrebbe forse meritato di aprire l’album al posto della già citata You’re All I Have. La successiva Chasing Cars, nonostante emani il dimesso romanticismo che tanto piace al pubblico anglosassone, non è la ballata più convincente dell’album. Set The Fire To The Third Bar, soprattutto per la presenza di una voce femminile (Martha Wainright), spezza il leggero ma palpabile senso di monotonia che si avverte negli episodi più introspettivi di Eyes Open. I brani più veloci e tirati come Headlights On Dark Roads e It’s Beginning To Get To Me, pur ricordando vecchi singoli degli Snow Patrol (Spitting Games, per citarne uno), restano alla fine dei conti le cose migliori di questo lavoro. La penultima canzone Open Your Eyes, col suo coinvolgente crescendo finale, suona quasi come un tributo (involontario?) agli U2 di The Joshua Tree. A quanto pare avere aperto i concerti europei della band di Bono ha segnato il songwriting di Lightbody. Il finale viene affidato ad un brano – The Finish Line – che sa tanto di ninna nanna. Che altro dire? il compitino è stato svolto in maniera diligente e precisa, ma le speranze di bissare il successo di due anni fa sono ragionevolmente remote.


scritto da: drown alle ore aprile 02, 2006 15:14 | link | commenti
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The Vines – “Vision Valley”

Craig Nicholls non sta bene. Negli ultimi due anni si è parlato più della Sindrome di Asperger (una rara forma di autismo che sarebbe all’origine dei suoi violenti e bizzarri comportamenti antisociali) che della musica realizzata dai suoi Vines. Dopo il flop di Winning Days (2004) Nicholls ci riprova, dando alle stampe le tredici canzoni di Vision Valley. La ricetta è sempre la stessa: brani dalle sonorità quasi country (Take Me Back, Going Gone, Vision Valley) e violentissime frustate garage-punk (i singoli Don’t Listen To The Radio e Gross Out). A sorprendere questa volta sono le ballate: Take Me Back e Vision Valley proprio in virtù della loro assoluta semplicità sono gli episodi migliori di questo ritorno. Molti però preferiranno trascurare l’evidente maturazione musicale di Nicholls, per poter meglio puntare i riflettori sulla sua traballante salute mentale. Un vero peccato visto che il ragazzo, nonostante stia decisamente male, sembra avere ancora qualcosa da dire.


scritto da: drown alle ore aprile 02, 2006 15:12 | link | commenti
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