Drown

giovedì, 22 giugno 2006

Wish

this is the first day of my last days
built it up now take it apart
climbed up real high now fall down real far
no need for me to stay
the last thing left i just threw it away
i put my faith in god and my trust in you
now there's nothing more fucked up i could do

wish there was something real wish there was something true
wish there was something real in this world full of you

i'm the one without a soul
i'm the one with this big fucking hole
no new tale to tell
twenty-six years on my way to hell
gotta listen to your big time hard line bad luck fist fuck
don't think you're having all the fun
you know me i hate everyone

wish there was something real wish there was something true
wish there was something real in this world full of you

i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back
but i want to but i can't turn back

wish there was something real wish there was something true
wish there was something real in this world full of you
wish there was something real wish there was something true
wish there was something real in this world full of you
this world full of you
this world full of you
this world full


scritto da: drown alle ore giugno 22, 2006 23:54 | link | commenti
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domenica, 11 giugno 2006

Muse – “Black Holes & Revelations”

 

Ad un primo ascolto superficiale verrebbe quasi voglia di ribattezzarlo “a night at the disco” questo quarto lavoro in studio dei Muse. Ciononostante neppure la storpiatura di un famoso album dei Queen, band molto amata dal frontman Matthew Bellamy, basterebbe a cogliere l’eterogeneità che anima e contraddistingue Black Holes & Revelations dai suoi predecessori. Il crescendo techno dell’iniziale Take A Bow, così come il groove quasi parodistico di Supermassive Black Hole spiazzeranno più di un fan del trio inglese. La quarta traccia Map Of The Problematique è il primo centro pieno di Black Holes & Revelations grazie ad una perfetta commistione tra elettronica e rock: l’incedere nervoso della batteria ben si amalgama infatti con l’imponente “wall of sound” di tastiera e chitarra ai quali ci ha abituato Bellamy. L’attimo di quiete assicuratoci con l’innocua parentesi acustica di Soldier’s Poem allenta fin troppo la tensione, soprattutto a causa della successiva (e soporifera) Invincible che non vince e non convince affatto, a dispetto del titolo e del  finale gratuitamente rumoroso e confusionario. Il riff principale di Assassin, tipico brano convulso à la Muse, sembra un palese quanto ironico omaggio alla sigla del telefilm Supercar. La conclusiva Knights Of Cydonia è un compendio schizofrenico dei gusti musicali di Bellamy: all’incipit spaghetti western segue un coro con annessa esplosione di chitarre degno dei Queen di Bohemian Rhapsody. Black Holes & Revelations costerà forse ai Muse la perdita di qualche fan ma quando si rischia veramente a livello artistico, come in questo caso, si ha l’impressione che il gioco valga la candela.


scritto da: drown alle ore giugno 11, 2006 12:00 | link | commenti
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Thom Yorke – “The Eraser”

 

Povero Thom. Per quanto il leader dei Radiohead si sforzi di soffocare le proprie composizioni tra beats elettronici al limite della cacofonia e improbabili accordi di pianoforte, il risultato è sempre lo stesso: una manciata di canzoni dalla melodia spiccata. Ciò non impedisce comunque alle nove tracce di questo disco di apparire un po’ tutte uguali, sfidando intenzionalmente il senso di monotonia che certe sonorità quasi ossessive possono ispirare. The Eraser, prodotto dall’onnipresente Nigel Godrich, suona come un deciso ritorno agli episodi più marcatamente elettronici della produzione dei Radiohead (Kid A ed Amnesiac), ed è quindi probabile che molti brani di questo disco risalgano a quel periodo. L’infaticabile Thom Yorke, tra una campagna ecologista e un tour “di riscaldamento” con i suoi Radiohead, ha trovato anche il tempo per dare alle stampe questo primo album solista. L’encomiabile stacanovismo di Yorke non basta tuttavia a rendere The Eraser poco più di un interessante diversivo, in attesa dell’imminente ritorno dei Radiohead.


scritto da: drown alle ore giugno 11, 2006 11:59 | link | commenti
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Keane – “Under The Iron Sea

 

Due anni dopo l’unanime plauso di critica e pubblico ricevuto dal debutto Hopes And Fears torna alla ribalta il terzetto inglese originario dell’East Sussex. La scelta di rinunciare completamente alle chitarre, almeno fino a questo secondo episodio della loro breve carriera, non ha impedito al gruppo capitanato dal tastierista Tim Rice-Oxley di avere successo. Il tema quasi onirico di un viaggio interiore “sotto un mare di ferro” convince soltanto in parte; per ammissione degli stessi Keane  Under The Iron Sea ha la struttura o, quantomeno, le velleità di un vero e proprio “concept album”, grazie al filo comune che ne attraversa le dodici tracce. Le brillanti composizioni di Rice-Oxley appaiono più sofisticate e in questo secondo lavoro, a differenza del precedente, mancano brani dall’impatto immediato. Il primo singolo Is It Any Wonder, nonostante alcuni spiazzanti effetti di chitarra utilizzati da Rice-Oxley, stenta a decollare e quando giunge al termine la sensazione che manchi qualcosa è fortissima. Alcuni dei brani più sostenuti (Nothing In My Way, Leaving So Soon e Crystal Ball), pur non aggiungendo nulla alle preziose gemme pop di Hopes And Fears, scorrono senza lode né infamia mentre invece, sorprendentemente, sono proprio le ballate romantiche come Hamburg Song o la conclusiva The Frog Prince a deludere le aspettative. L’incipit della penultima traccia Broken Toy, in bilico tra jazz ed elettronica, riprende fin troppo le atmosfere orientaleggianti di Pyramid Song dei Radiohead. Per quanto possa apparire sgradevole e forse sbrigativo dare giudizi così drastici, Under The Iron Sea non sembra andare oltre una risicata sufficienza.


scritto da: drown alle ore giugno 11, 2006 11:57 | link | commenti
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AFI – “Decemberunderground”

 

Il settimo album degli AFI (acronimo di A Fire Inside) sancisce il definitivo imborghesimento musicale dei quattro californiani, cresciuti a pane e hardcore fino al successo di Sing The Sorrow (2003). Dopo quindici anni di onorata carriera il cambiamento di rotta non solo era prevedibile, ma forse perfino auspicabile. Chi non voglia porsi quale intransigente purista del genere apprezzerà infatti, senza troppe remore, le numerose aperture melodiche che gli AFI inseriscono nei brani di Decemberunderground. C’è però da rammaricarsi per il primo singolo estratto: Miss Murder è tra i brani più orecchiabili del lotto, ma quanto ad originalità lascia molto a desiderare. Va detto invece che The Killing Lights, con le sue atmosfere vicine ai Cure, o l’ambiziosa suite The Interview raccontano meglio di altre canzoni il riuscito tentativo degli AFI di sfuggire all’angusta etichetta dell’emocore. Altri episodi (Kill Caustic, Summer Shudder o Affliction) stanno lì quasi a volere rassicurare i fan della prima ora che gli AFI non si sono rammolliti, e questo è senz’altro vero. Il buon lavoro fatto con Decemberunderground consente agli AFI di percorrere a testa alta il nuovo sentiero “mainstream” intrapreso col precedente Sing The Sorrow.


scritto da: drown alle ore giugno 11, 2006 11:56 | link | commenti
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