Drown

domenica, 29 ottobre 2006

Deftones – “Saturday Night Wrist”

 

I californiani Deftones, a tre anni dall’ultimo omonimo lavoro, ricalcano le scene con un disco che spiazzerà più di un fan; nonostante la tipica commistione esplosiva di rap e metal, molte tracce di Saturday Night Wrist – anche quelle più violente – rivelano infatti atmosfere dilatate e a tratti quasi introspettive. Col precedente album del 2003 i Deftones volevano ribadire, a scanso di equivoci, quanto il successo riscosso da White Pony (2000) non avesse ammorbidito più di tanto le loro sonorità. In questo disco si avvertono tuttavia le influenze dei Team Sleep, gruppo parallelo del cantante Chino Moreno. Laddove i Team Sleep sembravano una versione depotenziata dei Deftones questi ultimi, forse colti da crisi creativa, con Saturday Night Wrist hanno deciso di provare a fare proprie le sonorità elaborate da Moreno. Il risultato è eccellente, visto che al solito imponente muro sonoro dei Deftones si aggiungono interessanti sfumature sintetiche: Beware, Cherry Waves, Xerces e Rivière ben rappresentano questo nuovo corso. Altri brani, come le sfuriate Rapture e Mein, stanno invece lì a rassicurare i fan della prima ora. Saturday Night Wrist è una boccata d’ossigeno per i Deftones e i loro sostenitori, nonché l’ennesima dimostrazione che è possibile cambiare e perfino migliorare se, come in questo caso, si decide di correre qualche rischio.


scritto da: drown alle ore ottobre 29, 2006 21:40 | link | commenti
categorie:

The Who – “Endless Wire”

 

Diciannove brani, quasi sessanta minuti di musica, una mini-opera (Wire & Glass) come struttura portante del disco: ci sarebbero tutti gli elementi per convalidare la follia senile di Pete Townshend, chitarrista e principale compositore degli Who. Eppure Pete, anche grazie all’aiuto dell’altro superstite Roger Daltrey, può continuare a comporre impunemente musica come se non fosse trascorso un quarto di secolo dall’ultimo album ufficiale del gruppo, il trascurabile It’s Hard del 1982. La vitalità artistica di Townshend, colpito duramente dall’accusa di pedofilia subita pochi anni fa a causa di alcune sue pericolose frequentazioni telematiche, emerge con forza in ogni singolo episodio di Endless Wire. La morte del bassista John Entwistle, avvenuta nel 2002, sembrava la definitiva pietra tombale sull’avventura degli Who, privi fino dal 1978 del mai troppo compianto batterista Keith Moon. Townshend ha invece stupito tutti, dando alle stampe un lavoro complesso a livello di contenuti, musicalmente assai semplice e schietto. Fragments e We Got A Hit sono, tra i brani rock, le punte di un disco fondamentalmente acustico. Molte le ballate à la Dylan che catturano l’attenzione: su tutte l’invettiva di A Man In A Purple Dress, dedicata a quanti sono soliti giudicare i propri simili dall’alto di un discutibile pulpito. Quello degli Who è un ritorno inaspettato e, per i tempi che corrono, alquanto gradito. Townshend sarà mezzo sordo e Daltrey non avrà più la voce di un tempo, ma siamo certi che ciò non impedirà ai due “ragazzini” ormai sessantenni di scuoterci ancora con del sano rock ‘n’ roll. 


scritto da: drown alle ore ottobre 29, 2006 21:39 | link | commenti
categorie:
martedì, 24 ottobre 2006

My Chemical Romance – “The Black Parade”

 

La strada scelta dal quintetto emo-punk originario del New Jersey è tra le più impervie immaginabili: pubblicare un disco che, in più di un passaggio, ricorda i Green Day del recente American Idiot è una mossa quasi suicida. La musica dei My Chemical Romance, fatta di schitarrate veloci e strizzatine d’occhio all’immaginario gotico amato dagli adolescenti americani, in The Black Parade sterza verso l’operetta punk senza tuttavia rinunciare, anche in questo terzo episodio della loro giovane carriera musicale, a brani aggressivi e orecchiabili (Dead!, The Sharpest Lives e House Of Wolves). Il singolo apripista Welcome To The Black Parade, con i suoi roboanti cinque minuti à la Queen, è più una dichiarazione d’intenti che il reale specchio del nuovo corso del gruppo: una sorta di involontario compendio dei limiti che questi ragazzini si portano ancora dietro. Il buon Bennato avrebbe liquidato la questione con un lapidario “sono solo canzonette”. Ma ai nostri cinque ragazzi la possibilità di realizzare buone canzonette – opportunità peraltro poco sfruttata nell’arco dei cinquanta minuti di The Black Parade – deve sembrare poca cosa: non si spiega altrimenti la presenza di brani ruffiani e poco incisivi come I Don’t Love You, Cancer e Disenchanted. Un’occasione sprecata per i My Chemical Romance, costretti a realizzare un lavoro deludente del quale ci scorderemo presto; per l’esattezza, il giorno stesso in cui i Green Day daranno alle stampe il successore di American Idiot.


scritto da: drown alle ore ottobre 24, 2006 21:32 | link | commenti
categorie:

Oldies but goldies...

Red Hot Chili Peppers – “Californication”

 

Californication è senza alcun dubbio una pietra miliare del rock a stelle e strisce: oltre a sancire il ritorno di John Frusciante, esiliato ai margini dello show-business dal 1992 fino al 1998, con i suoi quindici milioni di copie vendute ha eclissato, almeno a livello mediatico, il grande successo ottenuto dai Peppers ai tempi di Blood Sugar Sex Magik (1991). Accantonati però i freddi numeri, cosa ci resta? Un disco che sa di “mestiere” dall’inizio alla fine: da una Around The World quasi caricaturale nella sua ammansita frenesia da alta classifica all’elegiaca ballata da surfer in andropausa di Road Trippin’. La prima vittima della “californicazione” di cui blatera Kiedis è proprio il suo stesso gruppo, fermo alle sonorità di Blood Sugar Sex Magik. La conferma del produttore Rick Rubin, per l’appunto artefice di quel lavoro, sottolinea ulteriormente la ferma inclinazione dei quattro californiani a non voler crescere musicalmente ed anzi, se possibile, a documentare con testi e musiche un vero e proprio processo involutivo. Un’involuzione, peraltro, premiata dal pubblico che sa sempre riconoscere ed apprezzare, più di qualsiasi critico musicale, il “mestiere” di alcuni gruppi musicali. Singoli quali Scar Tissue, Otherside e Californication denotano, sorvolando per un istante sulla chitarra anemica e dimessa di Frusciante, una povertà di idee che solo il gran talento dei Peppers, assieme alla furbizia di Rick Rubin, potevano tramutare in un successo mondiale. Inviterei piuttosto a rivalutare, con una punta di provocazione, il precedente One Hot Minute: lavoro più coraggioso e meno prevedibile di quel best of apocrifo che porta il nome di Californication. 


scritto da: drown alle ore ottobre 24, 2006 21:28 | link | commenti
categorie:
domenica, 15 ottobre 2006

Ben Harper – Live @ Roma 13.10.2006

 

Tre anni dopo la sua ultima esibizione romana, a sostegno del penultimo album Diamonds On The Inside, Ben Harper è ritornato in Italia per un tour di tre date che, sommate alle due sortite estive di Pisa e Verona, confermano il grande amore tra l’artista californiano e il nostro paese. Il concerto romano ha assunto fin dall’inizio le pieghe di un corteggiamento, tra l’artista e la platea, grazie all’inizio coinvolgente offerto dal nostro e dall’ottima band degli Innocent Criminals con versioni estese di singoli celebri quali With My Own Two Hands e Faded. Ciononostante il pubblico ha tardato a rispondere col giusto entusiasmo, quasi fosse trattenuto. Per fortuna Harper non si è scoraggiato e, tra singoli di successo e brani meno conosciuti, ha continuato a blandire il difficile pubblico romano con ballate impreziosite dalla sua voce soul e brani blues infuocati. Il momento più alto del concerto è stato raggiunto dalla versione a cappella di Where Could I Go – brano gospel realizzato insieme ai Blind Boys Of Alabama – eseguita senza microfono e con l’intero pubblico in religioso silenzio: l’applauso che è seguito a questa performance ha fatto quasi tremare le fondamenta del Palalottomatica. E’ stato uno di quei momenti che valgono da soli il prezzo di un biglietto. Per il primo dei due bis Harper ha eseguito per sola voce e chitarra acustica un paio di brani (Another Lonely Day e There Will Be A Light) per poi ricalcare la scena, insieme agli Innocent Criminals, nel trascinante set finale culminato con la corale preghiera A Better Way. Alla fine si può affermare, senza timore di smentita, che Ben Harper si è lasciato conquistare dal pubblico romano e che gli spettatori presenti al Palalottomatica il 13 ottobre conserveranno a lungo l’eco delle emozioni che il musicista americano ha saputo loro trasmettere.


scritto da: drown alle ore ottobre 15, 2006 20:03 | link | commenti
categorie:
martedì, 10 ottobre 2006

Beck – “The Information”

Beck Hansen è uno spirito inquieto. A due anni dall’ultimo lavoro in studio Guero, e a meno di un anno dal suo gemello “rimaneggiato” Guerolito, il cantautore californiano cresciuto ascoltando Bob Dylan e Public Enemy si rifà vivo con quindici nuove canzoni. The Information ha come produttore Nigel Godrich, nume tutelare dei Radiohead e già al lavoro con Beck per gli album Mutations e Sea Change. Le prime tre canzoni di The InformationElevator Music, Think I’m In Love e Cellphone’s Dead – sembrano dirottare l’intero album verso lidi già battuti dal precedente Guero. Si tratta tuttavia di un abile diversivo che rende ancora più spiazzanti le successive tracce: Strange Apparition è una perfetta canzone pop, Soldier Jane vanta atmosfere rarefatte assai suggestive e il blues acre di Nausea è semplicemente irresistibile. A metà di The Information si staglia Darkstar che, grazie ad un ritmo dilatato e alla voce suadente di Beck, fa da ideale cerniera tra la prima e la seconda parte del disco. Il penultimo brano Movie Theme è l’altro guizzo di The Information: un brano minimale capace di evocare i migliori Air. La conclusiva suite elettro-psichedelica The Horrible Fanfare, Landslide, Exoskeleton nei suoi oltre dieci minuti di durata si configura invece come un vuoto esercizio di stile. Accantonato questo perdonabile passo falso quel che resta è un ottimo lavoro, sintesi più che soddisfacente del genio musicale di Beck.


scritto da: drown alle ore ottobre 10, 2006 19:57 | link | commenti
categorie:
domenica, 08 ottobre 2006

Oldies but goldies...

Beck – “Odelay”

 

Dieci anni fa Beck Hansen, cantautore californiano tanto eclettico quanto sconclusionato, forte del successo ottenuto un paio d’anni prima col singolo Loser (calzante epitaffio della cosiddetta “Generazione X”) dava alle stampe Odelay, un groviglio di generi e intuizioni non privo di fascino ma decisamente sopravvalutato. Beck indovina un paio di brani – l’iniziale Devil’s Haircut e l’ironica The New Pollution – salvo poi ripetersi pedissequamente con Hotwax (clone malriuscito di Loser), il pasticcio funky-disco Where It’s At e l’imbarazzante plagio di Minus, fin troppo simile nel giro di basso e chitarra a State Of Love And Trust dei Pearl Jam. Il resto dell’album, grazie soprattutto al maquillage musicale offerto dagli scafati produttori Dust Brothers (artefici di campionamenti per Beastie Boys, Korn e Garbage), risulta a tratti godibile ma da qui a farne un capolavoro ce ne corre! Non a caso, dopo alcuni episodi minori, l’anno scorso Beck è tornato a lavorare con i Dust Brothers per il suo penultimo album Guero. Il risultato? L’impressione di trovarsi di fronte ad un’anomala raccolta antologica composta di brani inediti. Per quanto possano essere asfittiche e sommarie, alle etichette non si può sfuggire in eterno e lo sgangherato eclettismo di questo ragazzo bianco, cresciuto a folk e hip-hop nella tumultuosa Los Angeles, non fa eccezione alla regola.


scritto da: drown alle ore ottobre 08, 2006 12:28 | link | commenti
categorie:
domenica, 01 ottobre 2006

The Killers – “Sam’s Town”

 

I Killers, quartetto originario di Las Vegas esploso nel 2004 col debutto Hot Fuss, sono stati definiti da alcuni “il migliore gruppo inglese proveniente dagli Stati Uniti”. L’apparente contraddizione si risolve nella scelta, da parte del gruppo guidato dal cantante e tastierista Brandon Flowers, di affidarsi a sonorità moderne ma indissolubilmente legate a quelle degli anni ottanta. La presenza dietro il mixer di Alan Moulder e Flood – già al lavoro con Smashing Pumpkins, Depeche Mode e U2 – tradisce subito la malcelata volontà dei nostri di realizzare ad ogni costo un capolavoro. La prima traccia, Sam’s Town, è l’anello di congiunzione tra il passato e il futuro dei Killers: non a caso, subito dopo un’apertura segnata da archi e sintetizzatori, la chitarra di Dave Keuning si farà sempre più strada sfociando, dopo un anonimo interludio per pianoforte (Enterlude), nel riff del primo singolo When You Were Young. Alcuni brani (Bling e Uncle Johnny) strizzano malamente l’occhio agli U2, ma Flowers non ha né la credibilità né l’estensione vocale di Bono. For Reasons Unknown è una gradevole canzoncina dove stavolta il cantante dei Killers fa il verso a Robert Smith dei Cure. Read My Mind, una versione più dilatata del loro vecchio successo Mr. Brightside, fino al molesto assolo di chitarra finale è l’episodio più felice incontrato nella prima parte del disco. A pensarci bene, dopo Read My Mind, non accade null’altro di rilevante. Si potrebbero salvare i fiati e le tastiere di Bones, ma solo perché almeno in questo caso i Killers hanno lavorato per sottrazione: niente cori inopportuni (My List, Exitlude) o imbarazzanti scopiazzature di Springsteen (The River Is Wild). Sam’s Town è un passo falso, da qualunque punto di visto lo si analizzi; i testi lasciano a desiderare e la musica da  spensierata si è fatta pretenziosa e ridondante. Una totale debacle.


scritto da: drown alle ore ottobre 01, 2006 16:33 | link | commenti
categorie:

Jet – “Shine On”

 

L’emisfero australe ha sfornato nell’ultimo lustro alcune tra le più interessanti realtà dell’attuale scena hard rock; una di queste sono certamente i Jet, arrivati al successo tre anni fa col debutto Get Born e grazie al singolo Are You Gonna Be My Girl?. Il nuovo disco Shine On, per via di una maggiore eterogeneità delle canzoni che lo compongono, alle orecchie disattente di qualcuno potrebbe risultare un lavoro più rilassato. Nulla di più falso visto che, a partire dal primo singolo estratto Put Your Money Where Your Mouth Is, la sensazione è semmai che i quattro ragazzi di Melbourne siano cresciuti. Episodi come Bring It On Back a Shine On – due ballate degne dei migliori Oasis – non fanno che rafforzare l’impianto stesso di Shine On, rendendolo un album meno monocorde del suo predecessore. Il quartetto australiano, nei suoi momenti più adrenalinici (Rip It Up), fa pensare ad un incrocio tra gli Hives e Chuck Berry: un rock ‘n’ blues con una marcia in più, per capirci. Non ci si annoia di certo con le quattordici composizioni di Shine On, ma soltanto a patto di non storcere il naso di fronte agli smaccati tributi “seventies” che costellano il lavoro.


scritto da: drown alle ore ottobre 01, 2006 16:33 | link | commenti
categorie:

Musica & pubblicità: una relazione pericolosa

L’ultimo nostro artista, in ordine di tempo, a scagliarsi contro l’uso che le grandi aziende fanno della musica per le loro campagne pubblicitarie è stato Vasco Rossi dalle colonne di un noto mensile, in un editoriale dal graffiante titolo “Le mie canzoni non sono scritte x la pubblicità”. Peccato che il Blasco, parafrasando il suo collega Lorenzo Cherubini, ci sia cascato non una ma ben tre volte prestando – immaginiamo in cambio di ragguardevoli emolumenti – alcuni dei suoi più recenti successi a una nota compagnia telefonica e alla più grande casa automobilistica italiana. Bisogna tuttavia riconoscere un’insospettabile onestà intellettuale a Rossi che, candidamente, ammette di aver fatto uno sbaglio nel credere che il significato delle sue canzoni potesse resistere al (fuorviante) potere delle immagini di uno spot pubblicitario. La situazione cambia invece nel caso di un Luciano Ligabue che ammette, non senza una punta di rammarico, che coi tempi di magra che corrono nell’ambiente musicale la pubblicità è un volano eccezionale per le sorti un album. Sono parole che ci aspetteremmo da un musicista alle prime armi, non da un artista che riempie ogni anno gli stadi di mezza Italia e occupa i primi posti delle classifiche. Sembrano lontanissimi gli anni in cui i grandi marchi erano costretti ad assoldare musicisti sconosciuti per comporre musica simile a quella di chi, insensibile alle lusinghe di assegni con molti zeri, si rifiutava di concedere i propri brani per gli spot più improbabili. In questo campo, ricco di esempi, ha rappresentato un vero spartiacque il “tradimento” di Bob Dylan che, non pago di aver concesso a metà degli anni novanta la sua The Times They Are A-Changing, ha prestato di recente oltre alla musica anche la propria immagine per uno spot di Victoria’s Secret, una nota azienda di lingerie. A noi italiani resta la speranza di non dovere mai vedere uno spot di biancheria intima abbinato a Francesco De Gregori.


scritto da: drown alle ore ottobre 01, 2006 00:34 | link | commenti
categorie:

self-improvement is masturbation

Chi sono

Utente: drown

Commenti recenti

Lessio in Brett Anderson &ndas...

Archivio

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

Categorie

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte