Drown

sabato, 30 dicembre 2006

Best Of 2006

L'anno che volge al termine si è limitato a dare conferme tutto sommato auspicabili per quanto riguarda il genere musicale che sempre meno viene definito "rock". In particolare i Pearl Jam, nonostante abbiano festeggiato nel 2006 il quindicesimo anno di attività, hanno ribadito il loro immutato valore di musicisti con un disco ispirato e cinque emozionanti concerti in Italia. Una lista esaustiva dei migliori dischi pubblicati quest'anno è ovviamente impossibile eppure possiamo individuare alcuni filoni, a partire per esempio da quello "geriatrico" che vede il ritorno nelle classifiche che contano di vere e proprie istituzioni quali Bob Dylan con Modern Times e Bruce Springsteen con le sue Seeger Sessions. Altri musicisti più giovani e che non hanno deluso le attese sono senz'altro i Tool, Beck e i Red Hot Chili Peppers; questi ultimi hanno pubblicato un doppio album, Stadium Arcadium, tanto ambizioso nel formato quanto prevedibile nel risultato. Il californiano Ben Harper ha portato in giro per il mondo un altro doppio album, il suo Both Sides Of The Gun, nel tour che qualche mese fa ha toccato anche Roma con un'esibizione assai coinvolgente. Molte riviste anglosassoni hanno infine incoronato in questi giorni il debutto degli Arctic Monkeys, Whatever People Say I Am, That's What I Am Not, quale migliore disco dell'anno, ma la sensazione è che il quartetto di Alex Turner abbia già fatto il suo tempo. Il bilancio complessivo raggiunge a stento un pareggio che oggi, più che nel passato, suona come un campanello d'allarme.


scritto da: drown alle ore dicembre 30, 2006 17:14 | link | commenti
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mercoledì, 13 dicembre 2006

No copyright? No music!

L’annosa questione del copyright ritorna sulle prime pagine dei quotidiani grazie ad un’imponente petizione che vede coinvolti, tra gli oltre 40.000 firmatari, artisti del calibro di U2 e Paul McCartney. La richiesta, in questo caso rivolta al governo inglese, è quella di estendere la tutela del copyright sulle registrazioni fonografiche da 50 ai 95 anni attualmente in vigore negli Stati Uniti d’America. Le normative che regolano il diritto d’autore propriamente detto sono diverse da quelle sul copyright; a differenza di quest’ultimo, oltre a tutelare l’artista in vita proteggono infatti le sue opere fino a 75 anni dopo la sua scomparsa. Al fine di riesaminare le norme sulla proprietà intellettuale, il governo inglese ha affidato al giornalista economico Andrew Gowers (ex direttore del Financial Times) la presidenza di una commissione indipendente: il rapporto conclusivo di Gowers ha bocciato un’eventuale estensione del copyright, definendolo un provvedimento conveniente soltanto ad "un numero eccezionalmente piccolo di star che sono già oggi favolosamente ricche". Ciononostante il nodo cruciale della questione, mettendo da parte le polemiche tra l’economista scelto dal governo inglese e la pattuglia di artisti capitanati da McCartney & Co, resta la cosiddetta "digitalizzazione" del prodotto musicale: una rivoluzione, quella della generazione cresciuta a pane e napster, che le grandi case discografiche ancora oggi cercano di domare con proposte quasi sempre simil-poliziesche. Quanti di noi infatti si considerano pericolosi criminali quando scaricano sul computer l’ultimo singolo del proprio artista preferito? Il ricorso alla pirateria, quando a farne le spese sono "vittime" miliardarie come Robbie Williams o Britney Spears, sembra più che altro l’estremo atto di autodifesa di consumatori spremuti da offerte musicali sempre meno valide. La proprietà intellettuale, a prescindere dalla scarsa qualità di molti degli intrattenitori che vanno oggi per la maggiore, va certamente tutelata, ma non è con l’inasprimento delle sanzioni o con l’estensione del copyright sulle registrazioni fonografiche che si ridarà fiato ad un’industria sempre più alle corde, disposta ad ogni genere di azione (legale, il più delle volte) fuorché ad una riduzione del prezzo dei dischi.


scritto da: drown alle ore dicembre 13, 2006 10:46 | link | commenti
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Badly Drawn Boy – "Born In The U.K."

Il "ragazzo disegnato malamente", a due anni dal precedente One Plus One Is One, è di nuovo tra noi con un lavoro equamente diviso tra mesto patriottismo e malcelata ammirazione nei confronti di Bruce Springsteen. La sofferta genesi di Born In The U.K. (penso al passaggio da una piccola etichetta discografica alla EMI e la crisi creativa che ha costretto l’autore a riscrivere l’intero album) riflette fedelmente l’empasse in cui Damon Gough – questo il vero nome di Badly Drawn Boy – pare essersi arenato; il talento di certo non gli manca, ma in questo lavoro l’impressione è che sia la leggerezza l’ingrediente mancante. Il breve prologo per pianoforte e voce Swimming Pool sembra andare nella giusta direzione salvo poi virare, nei successivi due episodi Born In The U.K. e Degrees Of Separation, verso lidi già frequentati con maggiore fortuna in passato. Il pop levigato e colto di Badly Drawn Boy, sei anni dopo The Hour Of Bewilderbeast, non rappresenta più una sorpresa e proprio per questa ragione risulta quasi provocatoria la tendenza ad adagiarsi sugli allori di fasti sempre più lontani nel tempo e nella memoria degli ascoltatori. Alcuni momenti imbarazzanti di Born In The U.K. – i cori per musical presenti in Welcome To The Overground, la chitarra country di The Way Things Used To Be (ennesimo tributo non richiesto al povero Springsteen), le melense e prevedibili ballate strappalacrime Nothing’s Gonna Change Your Mind e Promises – non si possono esorcizzare facilmente. Gough ha commesso un clamoroso passo falso, eppure una flebile certezza alberga nei nostri cuori: sarà dura fare di peggio.


scritto da: drown alle ore dicembre 13, 2006 10:45 | link | commenti
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Foo Fighters – "Skin And Bones"

Premessa: il pubblico dei Foo Fighters è moderatamente incivile. Non si sono infatti mai sentiti così tanti fischi, seppure di approvazione, durante un’esibizione acustica. Questa considerazione, solo apparentemente superficiale, illustra meglio di tante arzigogolate spiegazioni il modo in cui i Foo Fighters vengono tuttora percepiti dai loro fan. Le pulsioni farsesche di Dave Grohl, leader della band e per chi non lo sapesse ex batterista dei Nirvana, ancora oggi sopravanzano la sua voglia, manifestata soprattutto col recente doppio album In Your Honor, di accreditarsi come artista a tutto tondo e non come semplice intrattenitore rock. Paradossalmente i brani che funzionano di più in questo disco non sono quelli acustici presenti nell’ultimo In Your Honor quanto invece i "classici" dei Foo Fighters quali My Hero, February Stars e la conclusiva Everlong. Tutti e tre estratti da The Colour And The Shape (1997), considerato unanimemente il migliore lavoro dei Foos. L’ingombrante passato di Grohl fa capolino soltanto con la misconosciuta Marigold (b-side del singolo Heart-Shaped Box), unico brano scritto e cantato dal simpatico Dave, e con la presenza di Pat Smear, ex chitarrista dei Germs e turnista di lusso durante le ultime esibizioni dei Nirvana. Skin And Bones, registrato lo scorso agosto a Los Angeles, è una fedele fotografia della conseguita maturità artistica dei Foo Fighters. Lo spettro di Kurt Cobain forse non lo abbandonerà mai, ciononostante Dave Grohl ha trovato, faticando ma credendoci sempre, una strada da percorrere a testa alta.


scritto da: drown alle ore dicembre 13, 2006 10:44 | link | commenti
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The Fratellis – "Costello Music"

Il terzetto originario di Glasgow ha poco a che spartire con altri gruppi della zona come i compassati Arab Strap o quei simpatici snob dei Franz Ferdinand. Nessuna delle tredici tracce di Costello Music (un omaggio al cantautore Elvis?) supera i quattro minuti; per rallentare la folle corsa dei tre Fratellis, dobbiamo attendere lo scanzonato fischiettio di Whistle For The Choir. Il singolo Chelsea Dagger, una canzone sguaiatamente orecchiabile, non è l’unica freccia nell’arco di questi giovani sbandati formatisi al solo scopo (tra l’altro riuscito) di diventare la "next big thing" della scena inglese. La totale assenza di un qualsivoglia messaggio nella loro musica rende inoltre i tre di Glasgow subito simpatici, dandoci così modo di tralasciare alcune evidenti lacune. Pur non mostrando la spocchia che caratterizza il 99% dei colleghi e forse a causa dell’inesperienza, i Fratellis denotano infatti una frenesia che alla lunga appiattisce la loro musica. Brani quali Chelsea Dagger, Henrietta, Creepin’ Up The Backstairs vantano un’innegabile presa grazie ad un divertito approccio punk, senza tuttavia compromettere una costante vena melodica tipicamente british. L’augurio – visto che i 45 minuti striminziti di Costello Music li abbiamo trascorsi piacevolmente – è che Jon, Barry e Mince non tirino la corda con un secondo album troppo simile a questo.


scritto da: drown alle ore dicembre 13, 2006 10:43 | link | commenti
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