Drown

domenica, 28 gennaio 2007

Klaxons – “Myths Of The Near Future”

 

Bastano le battute iniziali di questo debutto sulla lunga distanza dei Klaxons, terzetto londinese formatosi appena due anni fa, per intuire l’enorme potenziale di quelli che potrebbero diventare i “miti del futuro prossimo venturo”. Con un solo paio di singoli all’attivo i ragazzi sono stati subito additati come padri fondatori del cosiddetto movimento “new-rave”, definizione coniata dal boss della loro prima etichetta discografica. La musica dei Klaxons, efficacissimo mix di elettronica e rock come non si sentiva da anni, non si lascia confinare nelle anguste denominazioni imposte da discografici e mass-media. L’apertura per sintetizzatore e drum-machine di Two Receivers rivela immediatamente di che pasta sono fatti i Klaxons: l’incedere trascinante a volte non è sufficiente, ma in questo caso l’essenzialità e l’asciuttezza del suono colpiscono il bersaglio al primo colpo. Il vorticoso giro di basso sfoggiato nella successiva Atlantis To Interzone si stampa subito nella mente, così come il delirante intermezzo per chitarra e batteria che spezza il ritmo nel solo intento, ammesso che sia possibile, di accelerarlo ancora di più. L’attuale singolo Golden Skans, a differenza dei brani che l’hanno preceduto, dimostra come i Klaxons sappiano già affrontare con giusta confidenza episodi meno convulsi e dalla spiccata orecchiabilità. Il basso sincopato incontrato prima rifà capolino in Gravity’s Rainbow, combinandosi alla perfezione con i cori del ritornello ed una chitarra in pieno stile brit-pop. Altri brani da segnalare sono l’ennesima scossa elettro-rock Magick e il pastiche finale Four Horsemen Of 2012. I riferimenti alla cultura rave dei primi anni novanta, anche musicali (penso alle sirene di Atlantis To Interzone), ci sono tutti, eppure i Klaxons in meno di un’ora si dimostrano autentici fuoriclasse, destreggiandosi tra rock e dance con piglio fermo e deciso.


scritto da: drown alle ore gennaio 28, 2007 15:03 | link | commenti (1)
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The Good, The Bad & The Queen

 

Le dodici tracce di The Good, The Bad & The Queen – omaggio al nostro Ennio Morricone, limitato però al solo titolo – non denotano alcun risvolto nostalgico; al massimo ci offrono un’impietosa analisi dell’odierna Inghilterra. Gli anni in cui Damon Albarn (leader dei Blur e voce del combo “hip-pop” Gorillaz) si scontrava con gli Oasis sulle principali riviste inglesi a suon di dichiarazioni roboanti sono ormai un lontano ricordo. Oggi Albarn si cimenta con un sofisticato pop d’autore, coinvolgendo in quello che al principio doveva essere un progetto solista il leggendario bassista dei Clash Paul Simonon, l’ex chitarrista dei Verve Simon Tong e il batterista Tony Allen. Un quinto membro “onorario” di questo progetto ancora senza nome – infatti The Good, The Bad & The Queen, come ha precisato Albarn, è solamente il titolo dell’album – è senza dubbio il produttore Danger Mouse, deus ex machina dei Gnarls Barkley di Crazy. La chitarra acustica di Tong nell’iniziale History Song ben si amalgama con la voce impastata di Albarn e i cori che lo accompagnano. Il romantico inno anti-militarista 80’s Life, affidandosi a tipiche melodie degli anni cinquanta come il doo-wop, spiazza piacevolmente l’ascoltatore. I momenti più incisivi del disco si concentrano nelle prime tracce visto che, a partire da metà album, i nostri tendono infatti a ripetersi. La conclusiva The Good, The Bad & The Queen, nei suoi sette minuti, è il classico colpo di coda: una suite che da pochi e scarni accordi di pianoforte va trasformandosi in un delirio psichedelico. Dopo aver trascorso metà della propria carriera artistica a rincorrere la fama, Damon Albarn è riuscito da alcuni anni a questa parte nell’ardua impresa di costruirsi una solida e rispettata posizione di musicista. La sezione ritmica di Paul Simonon e Tony Allen contamina il disco con un retrogusto dub che attraversa quasi tutte le canzoni qui presenti, tuttavia il loro encomiabile contributo raramente oscura la voce e il pianoforte di Albarn, titolare nel bene e nel male di quello che potremmo definire, con leggera forzatura, il suo primo album solista.


scritto da: drown alle ore gennaio 28, 2007 15:03 | link | commenti (3)
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The Shins – “Wincing The Night Away”

 

Scorrendo la pagina di wikipedia dedicata agli Shins, un quartetto indie-rock di Portland, si evince quale ruolo determinante venga attualmente giocato dalla televisione nell’affermazione o meno di un gruppo. Così come accaduto ai Death Cab For A Cutie, insigni esponenti della scena alternativa statunitense ed eroi musicali di uno dei personaggi del telefilm The O.C., anche gli Shins hanno assaporato il loro “quarto d’ora di celebrità” grazie ad un brano, New Slang, contenuto nel loro primo album ufficiale del 2001 Oh, Inverted World. Il brano in questione ha fatto la sua comparsa in Garden State, opera prima dell’attore/regista Zach Braff, e di lì a poco in diversi serial televisivi quali Scrubs, I Soprano e Buffy. Formatisi nel 1997 dalle ceneri di due band della cosiddetta scena “lo-fi” di Albuquerque i nostri, dopo un tour con i Modest Mouse, hanno firmato per la mitica etichetta Sub Pop – la stessa dei Nirvana – per debuttare l’anno successivo con Oh, Inverted World. Quest’ultimo lavoro, Wincing The Night Away, è una valida sintesi delle ariose sonorità à la Beach Boys che hanno sempre caratterizzato gli Shins: da questo punto di vista il singolo Phantom Limb, con le sue armonie vocali degne del miglior Brian Wilson, rappresenta l’esempio più felice del lotto. Australia avanza con una briosità tipicamente sixties, Turn On Me omaggia con un piglio country gli esordi indie in New Mexico e la conclusiva A Comet Appears, come ogni chiusura che si rispetti, conduce a termine col giusto tono sommesso il viaggio attraverso le undici cartoline di Wincing The Night Away.


scritto da: drown alle ore gennaio 28, 2007 15:02 | link | commenti (1)
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lunedì, 22 gennaio 2007

Bloc Party – “A Weekend In The City”

 

Il ritorno dei Bloc Party, una delle poche band inglesi veramente degne di nota emerse negli ultimi anni, verrà salutato da molti come una salutare boccata d’ossigeno: A Weekend In The City è la migliore istantanea possibile dell’attuale stato di grazia vissuto da Kele Okereke & Soci. L’iniziale Song For Clay (Disappear Here), col suo esplicito riferimento al protagonista di Less Than Zero (novella di Bret Easton Ellis, autore di American Psycho), traccia una sorta di confine spazio-temporale tra l’edonismo reaganiano degli anni ’80 e i nostri giorni. La successiva Hunting For Witches, così come il primo singolo The Prayer, mantengono alta la tensione regalandoci riff di chitarra incisivi ed una tastiera che conferisce ai ritornelli l’inconfondibile stile dei Bloc Party, oggi assai meno influenzato dai Cure e da quei gruppi che di spensierato avevano ben poco negli anni ottanta. Waiting For The 7:18, dopo un inizio sommesso, si lancia in un crescendo che ne fa uno dei pezzi migliori di A Weekend In The City, soprattutto grazie ad un ritornello vigoroso e al tempo stesso emozionante. I testi di Okereke, venticinquenne inglese di origine nigeriana, sono all’altezza delle attese; la struttura portante del disco si può riassumere nello sguardo disincantato rivolto alla vita cittadina che Kele dipana nelle dodici canzoni di A Weekend In The City. Razzismo, omosessualità, religione: i temi affrontati da Okereke sono impegnativi e il rischio di lasciarsi irretire dal suono della propria voce, finendo con l’affogare nei soliti sproloqui intellettualoidi, è sempre presente dietro l’angolo. Per fortuna non è questo il suo caso. Infine il buon lavoro di Jacknife Lee – produttore di U2, Kasabian, Editors e molti altri – rende giustizia ad un disco, A Weekend In The City, che si preannuncia tra i più importanti del 2007.


scritto da: drown alle ore gennaio 22, 2007 00:40 | link | commenti (1)
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Provaci ancora Gigi!

 

Le cronache musicali, così come quelle scandalistiche, sono insolitamente restie ad accendere i loro riflettori sulla relazione pericolosa attualmente in corso tra Gigi D’Alessio, multimilionario alfiere della cosiddetta scena “neo-melodica” partenopea, e la ventenne cantante originaria di Sora Anna Tatangelo. Sarebbe troppo facile, e forse perfino moralista, scandalizzarsi per la considerevole differenza di età tra i due o per il tradimento di lui ai danni della moglie che gli ha dato tre figli; eppure una riflessione la suscita questa evidente incoerenza di D’Alessio, pronto fino a pochi mesi fa a celebrare nelle proprie canzoni un fortissimo attaccamento alla famiglia. Ciononostante di episodi simili, se non addirittura più controversi, la storia della musica è piena: a partire dal leggendario scandalo provocato dal matrimonio di Jerry Lee Lewis, una delle prime stelle del rock americano degli anni cinquanta, con una sua cugina appena tredicenne. A metà degli anni novanta era incappato in scandali perfino peggiori un celebre coetaneo di Gigi, il cantante e produttore afroamericano R. Kelly, protagonista di un matrimonio lampo con l’allora quindicenne Aaliyah, giovane promessa della musica black morta nel 2001 in un incidente aereo. In seguito il recidivo Kelly venne coinvolto in vari procedimenti penali a sfondo sessuale, alcuni dei quali tuttora in corso. Tuttavia i numerosi ammiratori di Gigi, e penso soprattutto agli italiani sparsi per il mondo che tanto amano la sua versione liofilizzata e plastificata della grande melodia “made in italy”, nulla hanno da temere: la sua scappatella con la Tatangelo è quasi un atto dovuto in un paese nel quale sono in molti, tra cui numerosi personaggi della politica, ad avere tanto a cuore il valore della famiglia da tenerne in vita almeno un paio a testa.


scritto da: drown alle ore gennaio 22, 2007 00:39 | link | commenti
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domenica, 21 gennaio 2007

Air – “Pocket Symphony”

 

A nove anni da Moon Safari, acclamato debutto del duo francese più vezzeggiato dalla critica mondiale, gli Air ritornano con un album che alcuni potrebbero definire “transitorio”, anche se dopo attento ascolto l’impressione è che Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel siano tuttora legati alla formula che li ha resi unici fino dagli esordi. Le atmosfere sognanti e smaliziate di Sexy Boy e Kelly Watch The Stars – i singoli di punta contenuti in Moon Safari – hanno indicato ai nostri una via dalla quale raramente si sono discostati. Rispetto all’evidente cifra autarchica del precedente disco Talkie Walkie, dove i due avevano cantato con scarsi risultati tutte le parti maschili, le dodici tracce di Pocket Symphony si delineano come una sorta di colonna sonora per un film ancora da scrivere. I brani maggiormente compiuti, seppure prevedibili nel loro sviluppo, sono le due ballate One Hell Of A Party e Somewhere Between Waking And Sleeping, rispettivamente affidate a Jarvis Cocker, ex cantante dei Pulp, e a Neil Hannon dei Divine Comedy. La cartella stampa di Pocket Symphony, la cui uscita è prevista per i primi di marzo, ci informa inoltre che Nicolas Godin ha appreso da un maestro di Okinawa come allietarci con caratteristici strumenti orientali: un’arpa (Koto) e una sorta di banjo (Shamisen) molto popolari in Giappone. Il singolo Once Upon A Time è il tipico biglietto da visita degli Air: un pianoforte posto a sostegno dell’intera impalcatura, una drum-machine tanto discreta quanto insipida, un testo che a definirlo naif gli si fa un piacere e il solito inglese storpiato dei nostri eroi. Dunckel e Godin non si smentiscono mai, e agli incauti ascoltatori restano due alternative: sottrarsi ai loro sterili esercizi di stile o lasciarsi irretire per l’ennesima volta, con la consapevolezza che gli Air di nove anni fa sono ormai un ricordo sbiadito.


scritto da: drown alle ore gennaio 21, 2007 17:51 | link | commenti (2)
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lunedì, 15 gennaio 2007

Norah Jones – “Not Too Late”

 

Il successo di Norah Jones lascia ancora oggi letteralmente allibiti: l’album di debutto Come Away With Me, con oltre venti milioni di copie sparse per tutto il mondo e otto grammy awards (l’equivalente musicale degli oscar) vinti durante la cerimonia del 2003, si colloca agevolmente tra le pietre miliari della musica contemporanea. Eppure, non ce ne vogliano gli estimatori della giovanissima cantautrice nata a New York 28 anni fa, un tale consenso di pubblico mostra risvolti più sociologici che musicali. A parte le solite Madonna, Shania Twain e Britney Spears l’unica artista femminile di un certo spessore a superare Norah è Alanis Morissette. Il messaggio appare chiaro: rispetto agli inni femministi usa e getta della Morissette targata 1995 nel recente successo di Norah Jones possiamo individuare, senza eccessive forzature, una diffusa voglia di musica rilassante. Il jazz edulcorato di Norah, così come lo swing all’acqua di rose offertoci dal canadese Michael Bublé, sono la risposta perfetta per un pubblico composto da acquirenti sempre più anziani. Magari diffidenti verso operazioni commerciali come quelle messe in piedi da Bublè o dai numerosi epigoni della Jones, ma ciononostante disposti a comprare un buon disco qual è sicuramente Come Away With Me. Il successivo Feels Like Home del 2004, con “soli” dieci milioni di dischi venduti, ha permesso alla Jones di soddisfare le aspettative della sua etichetta discografica che, possiamo esserne certi, l’avrà considerato quasi un fiasco. Tuttavia è con Not Too Late, in uscita tra pochi giorni, che Norah si gioca le sue carte migliori dopo aver trascorso gli ultimi due anni a fare la rockstar, prestando la propria voce ai dischi di Foo Fighters, Ryan Adams e apparendo nello sperimentale Peeping Tom dell’ex Faith No More Mike Patton. Il cuore di Not Too Late ruota intorno al primo singolo Thinking Of You preceduto e seguito, nella scaletta provvisoria del cd, da due perle quali Not My Friend e Broken: la prima sorretta da una intensa interpretazione della Jones e la seconda impreziosita da un brioso arrangiamento per archi. Le restanti tracce dell’album, pur sembrando fin troppo simili a quanto precedentemente prodotto da Norah, non deludono le attese. Dopo l’ascolto di Not Too Late si comprende, almeno in parte, il perché questa minuta ragazza di origini indiane – suo padre è il celebre musicista Ravi Shankar – abbia riscosso tanto successo.


scritto da: drown alle ore gennaio 15, 2007 20:05 | link | commenti
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Carla Bruni – “No Promises”  

 

Ogni volta che si parla di Carla Bruni, l’indossatrice italiana più famosa degli anni novanta, si fatica a scacciare dalla mente l’inglorioso raffronto con il debutto musicale di Naomi Campbell Baby Woman del 1995. In quel caso la partecipazione attiva del fidanzato Adam Clayton, bassista degli U2, fu vista da molti come un’aggravante; la venere nera pagò con un sonoro fiasco per le sue velleità canore. L’opera prima di Carla Bruni, Quelqu'un m'a dit del 2003, grazie ad una manciata di esili canzoni per sola voce e chitarra ha invece conquistato la Francia, patria d’adozione della modella nata a Torino in una ricca famiglia di musicisti, con oltre due milioni di copie vendute. Un po’ come con la Bellucci i francesi, sciovinisti su tutto ma non sulla bellezza femminile, hanno immediatamente esaltato il discreto talento di Carla Bruni, eleggendola senza alcuna remora musa del bel canto d’oltralpe. Il nuovo disco, cantato tutto in inglese, è un lavoro più ambizioso del precedente: al posto dei testi naif presenti in Quelqu'un m'a dit qui la Bruni si cimenta con poesie di importanti autori quali William Yeats ed Emily Dickinson. Il coraggio non le manca, ma in No Promises si ha l’impressione che l’incoscienza degli esordi sia diventata null’altro che calcolo. Pur di non deludere le aspettative dei suoi numerosi ammiratori Carla Bruni perde di vista il punto di forza di Quelqu'un m'a dit: un efficace lavoro di sottrazione che ci aveva offerto un pugno di canzoni semplici, ma sincere. No Promises sarà anche sincero, tuttavia Carla ha probabilmente compiuto il celebre “passo più lungo della gamba”, colmo dei colmi per una modella.  


scritto da: drown alle ore gennaio 15, 2007 20:02 | link | commenti
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lunedì, 08 gennaio 2007

Ziggy Stardust compie 60 anni... Auguri!

 

L’8 gennaio del 2007 il camaleontico David Bowie, all’anagrafe David Robert Jones, compie 60 anni. La tentazione di lasciarsi cogliere dalla nostalgia è sempre dietro l’angolo quando si celebra, come nel caso di Bowie, una carriera quarantennale (risale infatti al 1967 il suo omonimo debutto) incredibilmente varia e vitale. Nato in un quartiere popolare di Londra David deve al fratellastro schizofrenico Terry la scoperta del jazz e del rock ‘n’ roll americani e della poesia di Kerouac e Ginsberg. Una curiosità: i suoi inquietanti occhi di due colori, uno azzurro e l’altro verde/marrone, sono il risultato di una scazzottata giovanile che gli procurò un violento trauma alla pupilla sinistra. Sempre nel 1967 Bowie incontra il celebre mimo-ballerino Lindsay Kemp; collaborando alle musiche di un suo spettacolo teatrale, comprende l’importanza di una solida presenza scenica. Space Oddity, epopea spaziale realizzata assai prima dello sbarco sulla Luna, è il brano con il quale Bowie si congeda dagli anni sessanta. Nel decennio successivo realizza tutti i suoi più grandi capolavori: da Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (1972), manifesto del cosiddetto movimento glam, alla famosa “trilogia berlinese” (Low, 1977; Heroes, 1977 e Lodger, 1979). In questi anni frenetici Bowie inizia a recitare in alcuni film – tra questi ricordiamo L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg che gli vale critiche molto lusinghiere – e contribuisce a lanciare le carriere di illustri colleghi quali Lou Reed e Iggy Pop. Gli anni ottanta, nonostante coincidano con il suo più grande successo di sempre (il disco Let’s Dance, pubblicato nel 1982, rimase in classifica per 198 settimane), a livello artistico rappresentano bene, seppure in maniera involontaria, il vuoto pneumatico di un decennio votato al più mero edonismo. A partire dal 1992, anno del suo secondo matrimonio con la top-model somala Iman, Bowie ritrova l’ispirazione e a sei anni dal precedente disco solista pubblica nel 1993 Black Tie White Noise. Le attività cui David si dedica sono moltissime: nel 1995 allestisce la sua prima mostra, collabora con riviste d’arte e pubblica album figli del loro tempo come Outside ed Earthling, rispettivamente influenzati dalla musica industriale e drum ‘n’ bass. Dal successivo Hours del 1999 Bowie non stupisce più ma rassicura con una serie di lavori maturi ed eleganti. Nel 2004 ha un attacco di cuore, ma ciò non gli impedisce di collaborare con Arcade Fire e TV On The Radio, due dei gruppi alternativi più quotati del momento. La vita artistica di David Bowie, quasi fosse una sorta di matrioska, contiene al suo interno almeno altre quattro vite distinte. Tratto distintivo dell’uomo resta comunque, al di là dei singoli successi o fiaschi, l’aver saputo unire meglio di chiunque altro la cultura “alta” a quella popolare, proponendosi come prototipo ideale dell’artista moderno.


scritto da: drown alle ore gennaio 08, 2007 07:19 | link | commenti (1)
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domenica, 07 gennaio 2007

The View – “Hats Off To The Buskers”

 

Siamo di fronte all’ennesimo gruppo proveniente dall’Inghilterra? Sì, The View sono i soliti giovinastri, anche loro scozzesi come The Fratellis e Franz Ferdinand, pronti ad occupare le copertine dei maggiori magazine musicali anglosassoni per i prossimi mesi. Il loro album di debutto Hats Off To The Buskers deve ancora essere pubblicato ma i singoli finora usciti, Wasted Little DJs e Superstar Tradesman, strizzano l’occhio ai migliori Strokes senza per questo rinnegare le evidenti origini british. Come se ciò non bastasse la presenza dietro il mixer di Owen Morris, produttore storico degli Oasis, rappresenta una ulteriore garanzia di qualità. Le canzoni sono acerbe ma i The View, non solo per quelli che seguono con attenzione la vitalissima scena indie d’oltremanica, sono sicuramente uno dei gruppi su cui vale la pena scommettere per il 2007. Oltre ai singoli sopraccitati i brani più interessanti di Hats Off To The Buskers sono Same Jeans, non a caso terzo singolo imminente,  la ballata in levare Street Lights e la malinconica Face For The Radio.


scritto da: drown alle ore gennaio 07, 2007 14:24 | link | commenti
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