Drown

giovedì, 22 febbraio 2007

Nine Inch Nails – Live @ Razzmatazz (18 e 19 febbraio, Barcellona)

 

Il breve ma intenso soggiorno spagnolo degli americani Nine Inch Nails, sbarcati nel vecchio continente ai primi di febbraio per un massiccio tour europeo che li vedrà impegnati fino a metà aprile, ha premiato la penisola iberica con ben cinque concerti distribuiti in soli sei giorni e, come se ciò non bastasse, con la prima esecuzione pubblica di Survivalism, nuovo singolo estratto dall’imminente album Year Zero la cui uscita è prevista per il 13 aprile. I due concerti tenutisi a Barcellona, in un Razzmatazz stracolmo soltanto la prima sera, hanno confermato l’attuale stato di grazia che sembra avvolgere la band: brani quali Burn, Last e Mr. Self Destruct – vere e proprie deflagrazioni sonore tra le più abrasive del loro repertorio – denotano un’energia stupefacente riconducibile in gran parte al carisma dell’ormai quarantaduenne Trent Reznor. Gli elementi per comprendere ed apprezzare l’approccio “live” adottato dai Nine Inch Nails ci sono già tutti: le scalette stringate e praticamente prive di bis, la scelta di suonare in piccoli club e la quasi totale assenza di scenografia (sul palco sono presenti solo le “lampade” posizionate sopra i cinque musicisti) sottolineano un’aggressività che col tempo si è mutata in abile dosaggio delle risorse. Non si può comunque affermare che i Nine Inch Nails si risparmino sul palco, anche se va rilevato che il perfezionismo di Reznor lascia davvero poco al caso e all’improvvisazione. La prima sera i NIN hanno mostrato i muscoli grazie alle inconfondibili bacchette “roteanti” di Josh Freese, alla follia incipiente del chitarrista Aaron North, all’apatia del bassista Jeordie White e al discreto ma solido lavoro dietro le tastiere del valido polistrumentista Alessandro Cortini, apprezzato in più di un’occasione anche alla chitarra. Su tutti, dall’alto del suo metro e settanta, ha però giganteggiato un Reznor in grande spolvero, talmente colpito dal caldo asfissiante del Razzmatazz da sentire il bisogno di ricordare ai presenti come quel locale gli sia rimasto impresso dalla sua precedente visita come il posto più “caldo” dove abbia mai suonato. I brani più significativi della prima serata, attenendosi alle reazioni del pubblico, sono stati Into The Void dal capolavoro The Fragile del 1999, i singoli dell’ultimo album uscito due anni fa With Teeth (Only e The Hand That Feeds) e l’immancabile Hurt, apice dello struggimento maudit di Trent Reznor. Il 19 febbraio è toccato al riff ossessivo di Pinion aprire le danze; la serata era partita male per via di alcuni intoppi tecnici che avevano messo subito alla prova i (fragili) nervi di un North oltremodo seccato, ma poi tutto si è risolto per il meglio, anche se la ripetizione delle stesse tre canzoni conclusive eseguite la sera precedente è stato un commiato un po’ ingeneroso. In ogni caso si può perdonare questo ed altro ad un Reznor che, tra un’anteprima mondiale assoluta (Survivalism) e una ragguardevole serie di ammiccamenti durante Closer, ci ha regalato un poker d’assi devastante con Heresy, Piggy, The Becoming e Reptile. Se la tensione è stata la cifra della prima esibizione, dobbiamo dire che durante la seconda serata Reznor si è lasciato andare maggiormente, perdendo forse qualcosa in violenza ma regalandoci un concerto assai intenso. Il primo aprile i Nine Inch Nails suoneranno all’Alcatraz di Milano, completamente sold-out già da alcune settimane.


scritto da: drown alle ore febbraio 22, 2007 22:24 | link | commenti
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lunedì, 12 febbraio 2007

The Arcade Fire – “Neon Bible”

 

I canadesi Arcade Fire, eletti da critica e pubblico paladini della scena “indie” grazie al debutto Funeral del 2004, daranno presto alle stampe il secondo capitolo della loro breve carriera musicale: Neon Bible. L’ensemble formatosi attorno al duo Win Butler e Régine Chassagne, nella vita marito e moglie, in meno di quattro anni si è guadagnato il rispetto di artisti quali gli U2 e David Bowie; quest’ultimo ha collaborato con i canadesi in più di un’occasione, svolgendo quasi opera di mecenatismo. I membri ufficiali del gruppo sono sette, ma nel corso delle infuocate esibizioni che li hanno resi famosi si sono talvolta avvicendati sullo stesso palco fino a dieci musicisti: nel caso degli Arcade Fire il termine “eclettismo” è una promessa mantenuta. Arpe, violoncelli, xilofoni ed altri insoliti strumenti si accompagnano a quelli più tradizionali in una sorta di folk post-moderno, conducendo l’ascoltatore in un luogo irreale dove le etichette musicali hanno poco senso. Neon Bible, pur addentrandosi in tematiche già ampiamente battute da altri come il rapporto col divino e la guerra, mantiene tuttavia un approccio brillante: le prime due tracce – la marcia antimilitarista Black Mirror e la trascinante Keep The Car Running – saranno i primi singoli estratti rispettivamente per il mercato americano e quello inglese. La sommessa preghiera di Neon Bible fa da perfetto preludio all’imponente organo su cui poggia la successiva Intervention, impreziosita dalla vibrante voce di Win Butler. Le chitarre new wave di The Well And The Lighthouse ricordano i newyorchesi  Interpol e la ballata Windowstill riprende il “saliscendi emotivo” di Rebellion (Lies). L’ultima traccia My Body Is A Cage, dopo l’ennesima partenza in sordina, si tramuta in un appassionato gospel. Neon Bible non disattenderà le aspettative, poiché si avverte chiaramente che il gruppo non ha fatto nulla per venire incontro al proprio pubblico.


scritto da: drown alle ore febbraio 12, 2007 15:55 | link | commenti (1)
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Tremate, le Zucche sono tornate!

 

La prima considerazione da annotare, leggendo le notizie apparse di recente sull’imminente reunion degli americani Smashing Pumpkins, riguarda l’ossessione che il leader della band Billy Corgan sembra avere per il numero 7: non a caso le sue Zucche ritornano dopo un silenzio di sette anni con un nuovo disco dal pomposo titolo Zeitgeist, in uscita proprio il sette luglio di quest’anno (07/07/07). A parte questa risibile escursione nella numerologia, va comunque sottolineato come nel corso degli anni sia venuto sempre più assottigliandosi il credito di cui godeva presso il pubblico Billy Corgan, fulcro dei riformati Pumpkins insieme al fedele batterista Jimmy Chamberlin. La sua infelice avventura con gli Zwan, gruppo nel quale militava anche Chamberlin, e l’altrettanto sfortunato debutto solista del 2005 hanno reso inevitabile quello che agli occhi di molti sembra un ritorno sui propri passi. I Pumpkins, formatisi verso la fine degli anni ottanta a Chicago, si sono affermati durante gli anni novanta come una delle band più importanti della cosiddetta scena “grunge”, pur non avendo molto in comune con gruppi quali Pearl Jam, Nirvana e Soundgarden. Tuttavia, grazie allo spleen adolescenziale profuso da Corgan nelle sue liriche, vanno ascritti al gruppo almeno due capolavori come Siamese Dream e il monumentale doppio disco Mellon Collie And The Infinite Sadness. Provato da lutti e separazioni di ogni tipo (matrimoniali e professionali, con la defezione della bassista storica D’Arcy Wretzky), nel 2000 Billy Corgan si è imbarcato con le sue Zucche in un tour d’addio terminato proprio al Metro di Chicago, il locale dove tutto era iniziato tredici anni prima. Da giugno in poi gli Smashing Pumpkins torneranno in Europa per una serie di concerti, alla ricerca del consenso e dell’ affetto che il vecchio continente, a differenza degli Stati Uniti, non ha mai negato a Corgan & Soci. Un discorso a parte va fatto per il nuovo album Zeitgeist; questa volta lo scetticismo è d’obbligo, visti i recenti fiaschi artistici di Corgan e gli ultimi opachi lavori dei suoi Pumpkins. L’augurio è che Billy sia consapevole della prova che lo attende: riempire le arene di fan nostalgici è certamente alla sua portata, realizzare un disco degno del gruppo che gli ha dato gloria e popolarità non sarà però altrettanto facile. 


scritto da: drown alle ore febbraio 12, 2007 15:54 | link | commenti (3)
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lunedì, 05 febbraio 2007

Fall Out Boy – “Infinity On High”

 

I Fall Out Boy, quattro simpatici nerds provenienti da un sobborgo di Chicago, con l’imminente Infinity On High si accingono a divenire i nuovi campioni della scena emo-punk statunitense. La definizione potrà dirvi poco ma, se qualcuno di voi era adolescente durante gli anni novanta, non faticherete ad inquadrare i Fall Out Boy come una naturale evoluzione del punk all’acqua di rose dei primi Green Day: musica veloce, divertente e di facile consumo. Ora che Billie Joe & Soci sono impegnati in una assai remunerativa crociata contro l’american idiot George Bush qualcuno dovrà pure occuparsi della cosiddetta MTV Generation; ci pensano per l’appunto i quattro di Chicago, giunti al loro secondo album per una major dopo il debutto del 2005 From Under the Cork Tree, pronti a sfornare brani accattivanti e con titoli chilometrici. Il primo estratto da Infinity On High si intitola infatti This Ain't a Scene, It's an Arms Race ed è già entrato prepotentemente nella top-ten americana dei singoli più venduti. La voce che si sente in apertura di Thriller, primo brano di Infinity On High, è proprio quella della stella hip-hop Jay-Z, scelto dai Fall Out Boy come “maestro di cerimonia” d’eccezione. La rivisitazione punk, con tanto di coro simil-gospel, di Hum Hallelujah turberà a sufficienza chi ricorda l’hallelujah di Jeff Buckley. I quattro yankee riescono comunque a stupirci con la ballata per pianoforte Golden, un episodio decisamente spiazzante in questa baraonda di riff micidiali e sberleffi continui. Altro brano degno di nota, non fosse altro che per la lunghezza quasi wertmulleriana, è I'm Like a Lawyer with the Way I'm Always Trying to Get You Off che, oltre al solito titolo demenziale, sfoggia il ritornello più ruffiano dell’intero album. 


scritto da: drown alle ore febbraio 05, 2007 22:15 | link | commenti
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Mika – “Life In Cartoon Motion”

 

Una volta si diceva che le bugie avessero le gambe corte. Bene, se il vecchio adagio popolare è ancora attendibile siamo obbligati a constatare che i giornalisti musicali anglosassoni sono quelli con gli arti inferiori meno sviluppati. Il “pacco” Mika è infatti l’ennesima bufala mediatica, su questo non ci sono dubbi; eppure la novità è che stavolta il clamoroso abbaglio non è figlio di qualche oscura rivista musicale avvezza a spararle grosse ma del prestigioso quotidiano The Independent e della blasonata BBC inglese. Un singolo di buon successo – Grace Kelly – non basta a giustificare paragoni a dir poco fuori luogo: no, non siamo di fronte alla reincarnazione di Freddie Mercury e i passabili testi del ventitreenne Mika Penniman sono brillanti ed allusivi come uno sketch del Bagaglino. Grazie a Mika si evince con chiarezza quello che la discografia odierna vuole: epigoni anche in veste solista degli Scissor Sisters di I Don’t Feel Like Dancing, capaci di intrattenere il pubblico con canzonette “gaie” e inconsistenti come bolle di sapone. Fa quasi tenerezza immaginare in che modo il povero Mika – giovane libanese approdato a Londra con la speranza di “farcela” come Liza Minnelli cantava in New York, New York – nella migliore delle ipotesi verrà spremuto e abbandonato a se stesso nel giro di un paio di album. Le magniloquenti orchestrazioni sinfoniche di Any Other World ed Happy Ending, così come la disco scialba di Relax, Take It Easy, confermano tutti i nostri timori; Life In Cartoon Motion strizza l’occhio all’ascoltatore ricorrendo al peggio di ogni genere e troppo zucchero, si sa, rende indigesto perfino il pop di cartapesta offertoci da Mika.


scritto da: drown alle ore febbraio 05, 2007 22:12 | link | commenti (3)
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Skinny Puppy – "Mythmaker"

Il precedente The Greater Wrong Of The Right, uscito nel 2004 dopo otto anni di silenzio, aveva sancito il ritorno sulle scene dei canadesi Skinny Puppy, considerati non a torto tra i più importanti esponenti della scena industriale/elettronica mondiale. Nel lontano 1982 il polistrumentista cEvin Key e il cantante Nivek Ogre, entrambi cresciuti ascoltando Kraftwerk e Cabaret Voltaire, diedero vita al progetto Skinny Puppy con l’intento di realizzare qualcosa di "crudo e reale"; dopo un quarto di secolo le nobili intenzioni degli esordi, anche per via di eventi drammatici quali lutti e incomprensioni di varia natura, si sono stemperate in una proposta musicale votata ad un’elettronica tutto sommato prevedibile. Il culto degli Skinny Puppy, resi leggendari da concerti il cui dichiarato scopo era quello di mettere a disagio il pubblico con proiezioni video a dir poco disturbanti, non si è affievolito né con la prolungata inattività né con l’ascesa di gruppi a loro simili ma di maggiore successo come gli americani Nine Inch Nails. Purtroppo The Greater Wrong Of The Right, nonostante illustri ospiti come il batterista dei Tool Danny Carey, ha attirato sui redivivi Key e Ogre le ire dei fan della prima ora, comprensibilmente delusi da scelte "commerciali" come il singolo Pro-test. Mythmaker riprende il discorso interrotto tre anni fa con la lugubre cantilena di Magnifishit; alla rigorosa asciuttezza dei titoli scelti per i brani (dAl, HaZe, ugLi) fanno da perfetto contraltare le ragnatele sonore tessute da Key, ancora oggi bravissimo nel fornire alla voce effettata di Ogre le atmosfere inquietanti di cui quest’ultimo ha bisogno per circuire l’ascoltatore. Peccato che oggi la forza dissacratoria degli Skinny Puppy sia diventata poco più di una caricatura dei tempi e delle idee che furono.


scritto da: drown alle ore febbraio 05, 2007 22:10 | link | commenti
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