Drown

lunedì, 19 marzo 2007

Maxïmo Park – “Our Earthly Pleasures”

 

Il secondo album è davvero il più difficile nella carriera di un artista? Nel caso degli inglesi Maxïmo Park sembrerebbe proprio di no, visto che Our Earthly Pleasures denota fino dal primo ascolto un netto miglioramento rispetto al già valido debutto del 2005 A Certain Trigger. Prima del 2003 i nostri erano quattro amici privi di un cantante e suonavano solo per divertirsi, scambiandosi tra di loro gli strumenti; con l’arrivo del giovane insegnante d’arte Paul Smith la band trovò il frontman giusto per spingersi oltre qualche solitaria jam session negli scantinati di Newcastle. Tra i pochissimi gruppi rock legati alla storica etichetta elettronica Warp Records (la stessa di Aphex Twin e Squarepusher), per la realizzazione di Our Earthly Pleasures i Maxïmo Park si sono affidati al connazionale Gil Norton, produttore di Foo Fighters e Pixies. Il singolo Our Velocity, nonostante la presenza di una tastiera propriamente british, evidenzia nel suono duro e veloce delle chitarre i tratti distintivi di certo rock statunitense. Siamo ancora distanti dagli ammiccamenti grunge dei Feeder, altra band inglese prodotta sempre da Norton, ma è altresì chiaro quanto i nuovi Maxïmo Park puntino molto su un notevole “ispessimento sonoro” delle proprie chitarre. Ciononostante i testi di Smith sono quanto di più europeo si possa immaginare: la formazione culturale dei nostri, che raramente cedono alla leziosità tipica di molti loro colleghi d’oltremanica, si riflette pienamente in brani dai titoli inequivocabili quali Russian Literature e Parisian Skies. Paul Smith ha descritto Our Earthly Pleasures come “un incrocio tra Smashing Pumpkins e The Smiths”; il quintetto inglese ha effettivamente cercato di attualizzare, con l’aiuto di Gil Norton, la lezione di Morrissey contaminando il proprio stile col magma sonoro altamente “emotivo” di gruppi quali i Pumpkins di Billy Corgan. O forse, più semplicemente, Smith ha citato i primi due gruppi che gli sono venuti in mente! Our Earthly Pleasures resta comunque un ottimo disco, innervato dalla prima all’ultima traccia da un vigore e un’ incisività ragguardevoli.  


scritto da: drown alle ore marzo 19, 2007 06:15 | link | commenti
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Good Charlotte – “Good Morning Revival”

 

A quale revival si riferiranno mai i gemelli Joel e Benji Madden, principali titolari del marchio Good Charlotte? Con il loro quarto album mirano ad un risultato alquanto facile: confermare senza troppe variazioni l’efficacia della formula quasi alchemica che vede in gruppi come il loro la sintesi perfetta fra il pop più commerciale e le chitarre apparentemente furenti del punk. Formatasi nel 1996, al contrario di altre meteore quali i Blink-182 di Enema Of The State la band non si è ancora sciolta ed anzi, con le tredici tracce di Good Morning Revival, prova a compiere un’improbabile quanto ammirevole passo in avanti. Il precedente The Chronicles Of Life And Death – uscito nel 2004, a due anni dal clamoroso exploit del loro primo album per una major The Young And The Hopeless – non ha riscosso il successo previsto; in quella occasione gli adolescenti americani hanno poco apprezzato l’estetica dark e le melodie new wave scelte dai Madden. Le cose adesso potrebbero forse andare diversamente per i Good Charlotte: in questi ultimi anni la cosiddetta scena emo ha preso infatti sempre più piede, sdoganando rimmel e buoni sentimenti anche tra i giovani punk a stelle e strisce. Il loro power-pop, dopo i necessari aggiustamenti, oggi appare potenzialmente micidiale per le classifiche e i portafogli degli adolescenti di mezzo mondo. L’iniziale Misery fa pensare ad una versione spensierata dei Linkin Park anche se, tra un assolo di chitarra ed un ritornello da stadio, a Joel sfugge un poco credibile “misery is my company”. Pronunciate da uno che è fidanzato con Nicole Ritchie – per chi non lo sapesse la migliore amica/nemica di Paris Hilton – queste parole possono assumere un nuovo, sconvolgente significato. The River, primo singolo estratto che vede la partecipazione dei colleghi hard-rock Avenged Sevenfold, ci lascia indifferenti; si fa invece apprezzare, non senza sorpresa, il singolo scelto per il mercato inglese Keep Your Hands Off My Girl. L’anima dance di Good Morning Revival, oltre che nel  brano dal titolo programmatico Dance Floor Anthem, fa capolino in almeno un altro paio di episodi, lasciandoci intendere l’insospettabile passione dei Madden per il pop degli anni ottanta. Where Would We Be Now e soprattutto Beautiful Place ricordano a tal punto le ballate dei Coldplay da sfiorare quasi il plagio, senza tuttavia raggiungere il livello degli originali. I Good Charlotte di Good Morning Revival voltano con decisione le spalle al punk usa e getta degli esordi ma permangono ancora nell’ambito del rock caro al pubblico di MTV, nonostante gli evidenti sforzi fatti per uscirne.


scritto da: drown alle ore marzo 19, 2007 06:15 | link | commenti
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domenica, 11 marzo 2007

Da Raffa a Mika: viaggio musicale nel mondo GLBT

Peaches, Le Tigre, Anthony And The Johnsons, Scissor Sisters, Mika... Cos’hanno in comune questi artisti? Ognuno di essi, sia pure a suo modo e con diverso grado di "militanza", pone la libertà sessuale al centro della propria ricerca musicale. Alcuni, come il trio Le Tigre o la provocatrice Peaches, producono musica elettronica dai forti contenuti; altri ancora, come gli Scissor Sisters di I Don’t Feel Like Dancing e il Mika di Grace Kelly, flirtano col pop d’alta classifica. A parte le performance teatrali di Anthony, parliamo tuttavia di artisti che frequentano territori musicali (dance e pop, soprattutto) dove l’esistenza di tematiche omosessuali o quantomeno gay-friendly è stata sempre assai forte e largamente riconosciuta. Quali sono allora nel 2007 gli steccati musicali che il mondo G.L.B.T. (Gay, Lesbo, Bisex e Trans) deve ancora superare? Per quanto riguarda gli Stati Uniti il genere più restio ad aprirsi al mondo omosessuale resta l’hip hop dei vari Eminem e Jay-Z, dove l’insulto tuttora più in voga tra i rapper è "faggot" (checca). Per contro molti artisti rock, tolta di mezzo la strisciante omofobia di alcuni cotonati metallari degli anni ottanta come i primi Guns ‘N’ Roses, a partire dagli anni novanta si sono impegnati sempre di più per vedere riconosciuti i diritti degli omosessuali. In particolare la cantante Melissa Etheridge, fresca vincitrice di un Academy Award per la migliore canzone originale all’ultima edizione degli Oscar, dichiarò di essere lesbica proprio all’inaugurazione del primo mandato presidenziale di Bill Clinton, nel gennaio del 1993. La data scelta non fu casuale: con la vittoria di Clinton la comunità G.L.B.T. ebbe finalmente la concreta speranza di potere abbattere una serie di steccati. Alcuni effettivamente caddero, anche nel mondo della musica. In Italia, sorvolando per mancanza di spazio su quello che accade nel resto del mondo, la situazione è grave ma non seria: Raffaella Carrà è ancora oggi una delle sante matrone degli omosessuali e Cristiano Malgioglio, con i suoi abiti sgargianti, la perfetta caricatura di un gay degli anni ottanta. Rimpiangiamo seriamente l’ambiguità sessuale di un’Amanda Lear, tra le altre cose musa di Salvador Dalì e compagna di David Bowie, pensando a chi oggi imperversa nelle televisioni e nelle radio nazionali. Sono invece molti i musicisti "storici" del passato più o meno recente che è doveroso citare: il Renato Zero de Il Triangolo No, l’Ivan Cattaneo di Darling (brano scritto da Mario Mieli, cui è stato intitolato un’importante circolo di cultura omosessuale), la Patty Pravo di Pensiero Stupendo e il Fabrizio De Andrè di Andrea e Priçesa, quest’ultima dedicata alle peripezie affrontate dal transessuale Fernandiño per diventare donna. La situazione attuale ci offre comunque un quadro desolante: all’inesistente approccio militante di molti dei musicisti gay famosi non si può neanche contrapporre una esposizione mediatica diversa da quella caricaturale che si vede in televisione tutte le sere. E’ bene che la musica non abbia etichette di genere, ma una maggiore consapevolezza nel toccare alcune tematiche rappresenterebbe nulla più che una boccata d’aria fresca all’interno degli angusti palinsesti radio-televisivi nostrani.


scritto da: drown alle ore marzo 11, 2007 15:53 | link | commenti (1)
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lunedì, 05 marzo 2007

The Rakes – “Ten New Messages”

 

I “dieci nuovi messaggi” dei Rakes, quartetto inglese formatosi nel 2004 e subito associato per via dell’aspetto dimesso dei suoi componenti ai “secchioni” Bloc Party e Franz Ferdinand, virano con decisione verso i primi anni ottanta, saccheggiando a piene mani quelli che sono ancora oggi i numi tutelari dell’indie britannico. Le atmosfere cupe di Cure e Joy Division, il disincanto degli Smiths di Morrissey e un’affettazione di fondo che attraversa tutte le canzoni di Ten New Messages sono fattori meritevoli di considerazione; non è infatti per caso che un loro brano – All Too Human, estratto dal precedente lavoro Capture/Release –prenda il titolo da un’opera del filosofo Friedrich Nietzsche. Altro convincente esempio della coolness indossata con noncuranza dai quattro londinesi è il titolo scelto per il brano The World Was A Mess, But His Hair Was Perfect (“il mondo era incasinato, ma i suoi capelli erano perfetti”), brano d’apertura di Ten New Messages e colonna sonora, in una versione estesa di ben 15 minuti, delle sfilate di moda della celebre maison Dior Homme. Dopo l’anemica Little Superstitions tocca ai cori di We Danced Together, sospinta da una sezione ritmica semplice ma scattante, ravvivare l’atmosfera. Trouble e Time To Stop Talking sono gli altri due episodi più energici, grazie ai loro riff di chitarra tesi e alla batteria sempre in primo piano. I cori di Suspicious Eyes ricordano quelli sentiti nel recente singolo dei Bloc Party The Prayer. Parlando di Ten New Messages il cantante Alan Donohoe ha affermato che “il disco è stato ispirato da una combinazione che mette insieme  musica corale, il serial televisivo 24, i temi musicali di James Bond, i poeti della Prima Guerra Mondiale e la band femminile Sugababes”; per nostra fortuna non c’è alcuna traccia di quest’ultima nelle dieci canzoni che compongono l’album. La voce sgraziata di Donohoe lascia ancora perplessi; per il resto il lavoro compiuto dai Rakes appare del tutto convincente e fa acquisire a Ten New Messages la piena sufficienza.


scritto da: drown alle ore marzo 05, 2007 19:08 | link | commenti
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Iggy Pop & The Stooges – “The Weirdness”

 

Il debutto degli Stooges, attivi fino al 1974 prima di riformarsi quattro anni fa, risale alla notte di Halloween del 1967 presso l’Università del Michigan. In quegli anni Iggy Pop – all’anagrafe James Newell Osterberg –grazie ad infuocate ed autodistruttive performance diventa la leggendaria rockstar protagonista di mille episodi entrati a pieno diritto nella mitologia del rock. Dopo l’irruzione di Iggy sui palchi di mezzo mondo l’esibizione dei propri genitali, ferirsi con schegge di vetro il petto e gettarsi sul pubblico diventano, soprattutto a partire dagli anni dell’esplosione punk, veri e propri comandamenti per molti musicisti. L’approccio iconoclasta degli Stooges, oltre ai gravi problemi di droga dell’eroinomane Iggy, consente al gruppo di pubblicare soltanto tre album: due di questi, Fun House del ’70 e Raw Power del ’73, segnano tuttavia indelebilmente la storia del rock, ispirando artisti quali Dead Kennedys, Nirvana e Red Hot Chili Peppers, solo per citarne alcuni. Nel 1974 gli Stooges sono ormai giunti al capolinea e Iggy, con il supporto dell’amico David Bowie che lo aveva già aiutato ai tempi di Raw Power, realizza i soli due dischi validi dell’intera carriera solista: The Idiot e Lust For Life, entrambi del 1977. Trent’anni più tardi, dopo averli ospitati nel suo disco del 2003 Skull Ring, Iggy riforma gli Stooges con i fratelli Asheton (Scott alla batteria e Ron alla chitarra) e si imbarca in un tour nostalgico che esalta molti ma spaventa alcuni. Il timore è che Iggy & Soci, presi dall’entusiasmo del momento, compiano il solito errore in cui incorrono le vecchie glorie riunite: incidere un nuovo album. Le dodici tracce di The Weirdness, registrato a Chicago dal celebre produttore “alternativo” Steve Albini e rifinito nei prestigiosi studi di Abbey Road a Londra, ci mostrano l’anacronistica istantanea di un gruppo rimasto intrappolato negli anni settanta. Le doti canore di Iggy sono quelle di quaranta anni fa, i testi pure e alla fine quello che resta è un album punk cantato da un sessantenne. Certo, si potrebbe discutere a lungo se è più giovane un ventenne malaticcio che imita Bob Dylan o uno come Iggy Pop che, sfoggiando alla sua età un corpo scolpito da droghe e palestre, ancora oggi si getta sul pubblico e si dimena come un indemoniato sul palco. In ogni caso, qualunque sia il vostro responso, le carte in tavola non cambiano: Iggy è in età da pensionamento e l’unica canzone che si salva è The Weirdness, dove il selvaggio Pop imita con voce profonda l’insuperato mentore Bowie.


scritto da: drown alle ore marzo 05, 2007 19:07 | link | commenti
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!!! – “Myth Takes”

 

L’ensemble disco-punk !!!, pronunciato Chk Chk Chk, fa il suo ritorno sulle scene a tre anni dal secondo album Louden Up Now riproponendo, con immutata esuberanza, le sue oblique geometrie funky e soul. I Chk Chk Chk, pur essendo originari di Sacramento in California, vengono spesso associati a Rapture e Liars quali principali rappresentanti della presunta scena dance-punk newyorchese. I sette musicisti coinvolti in questo eclettico progetto, il cui nome prende spunto dai sottotitoli del film demenziale degli anni ottanta The Gods Must Be Crazy, amano spiazzare di continuo l’ascoltatore con brani disimpegnati ma ricchi di citazioni musicali: capita infatti in più di un’occasione, anche durante l’ascolto di Myth Takes, di individuare rimandi al pop colto dei Talking Heads o al combat-rock dei Clash. Il brano di apertura, l’eponima Myth Takes, ci accoglie con un giro di basso sincopato e scarni accordi di chitarra fin troppo sommessi per gli standard frenetici dei Chk Chk Chk. A partire dalla successiva All My Heroes Are Weirdos, arricchita da un energico groove e dalla convulsa performance del cantante Nic Offer, possiamo dichiarare aperte le danze. Il terzo brano Must Be The Moon, pur reggendosi su una tastiera a dir poco naif e una batteria quasi robotica nel suo incedere sempre uguale, è di fatto irresistibile. A New Name rielabora con la giusta leggerezza la lezione dei migliori Daft Punk, aggiungendo alla solita chitarra funky un intrigante ritornello in falsetto. Il primo singolo Heart Of Hearts propone, in veste ineccepibile, tutti gli elementi tipici dei Chk Chk Chk: piatti e grancassa in evidenza, basso pulsante, vari effetti sonori di incerta natura e, per finire, una sensuale voce femminile. In Sweet Life Offer compie l’unico passo falso di Myth Takes: si mette a cantare, abbandonando senza rete di protezione il ruolo di intrattenitore così abilmente cucitosi addosso. Gli otto minuti di Bend Over Beethoven ne fanno quasi un’opera disco-rock, oscillando tra digressioni funk e una coda finale quasi progressive. La chiusura affidata a Infinifold ci tranquillizza: se anche i forsennati Chk Chk Chk si congedano con una semplice ballata per pianoforte, pur disturbata da riverberi e “interferenze” varie, vuol dire che tutto sommato non sono poi così matti.   


scritto da: drown alle ore marzo 05, 2007 19:05 | link | commenti
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domenica, 04 marzo 2007

Korn – “MTV Unplugged”

 

I Korn dello psicotico cantante Jonathan Davis, insieme ai “politicamente corretti” Linkin Park, sono gli ultimi campioni ancora in attività della effimera moda passata alla storia come nu-metal. Da quando vestirsi come un rapper e cantare come un punk non è più in voga molti gruppi legati, più o meno consapevolmente, a tale scena hanno intrapreso altri percorsi musicali, con alterne fortune. I Korn, che di questo filone in realtà furono i precursori (almeno ad un livello “mainstream”, cioè popolare), hanno perseverato con album sempre più monocordi, finendo col rendere caricaturale la violenza che mirabilmente mettevano in scena nei loro primi lavori. Tutto comunque filava liscio per la band che, quasi per forza d’inerzia, si barcamenava tra dischi sempre più incolori e concerti spesso sold-out fino a quando, nel febbraio del 2005, il chitarrista Brian “Head” Welch annunciò di avere scelto il Signore Gesù Cristo come proprio salvatore. La notizia, com’era prevedibile, sconvolse molti poiché l’attitudine festaiola della band – assai attenta a curare con l’ausilio di sostanze d’ogni tipo i rapporti col pubblico, specialmente quello femminile – era nota nell’ambiente musicale. Il resto del gruppo non prestò particolare attenzione alle farneticazioni dell’ex chitarrista e, nell’arco di un anno, fece il suo ritorno sulle scene con un altro album noioso, peraltro indebolito in alcuni episodi da una vaga quanto pretestuosa ostilità nei confronti dell’amministrazione Bush. Il 2006, a parte qualche riconoscimento minore e una grave malattia del sangue per Jonathan Davis, ha visto i Korn perdere un altro componente: il batterista David Silveria ha infatti lasciato “momentaneamente” la band. L’unplugged registrato presso gli studi newyorchesi di MTV, nonostante ospiti di prima grandezza quali Amy Lee degli Evanescence in Freak On A Leash e Robert Smith dei Cure in Make Me Bad, non aggiunge nulla alla musica dei Korn. La voce di Davis, quando rievoca i demoni che hanno ispirato le sue canzoni più riuscite (Blind e Falling Away From Me, tra quelle scelte per questo album), sembra recitare con evidente mestiere un freddo copione di rabbia e sospiri ormai logori. La qualità di brani come Got The Life o Freak On A Leash non viene comunque intaccata da un’operazione, quella del disco acustico, che convince poco e fa pensare ad un tardivo quanto inutile “raschiamento del barile”. Stendiamo infine un velo di moderata disapprovazione sullo stravolgimento di Creep, un classico dei primi Radiohead che molti gruppi hanno riletto prima e meglio dei Korn.


scritto da: drown alle ore marzo 04, 2007 00:57 | link | commenti
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Fu Manchu – “We Must Obey”

 

I californiani Fu Manchu, insieme ai Queens Of The Stone Age, sono i principali esponenti della scena stoner statunitense. A differenza delle Regine di Josh Homme i Fu Manchu non hanno mai avuto un reale successo; analizzando alcuni episodi della loro carriera non sembra neppure che abbiano mai inseguito la visibilità alla quale molti musicisti, anche quelli più alternativi e integerrimi, segretamente aspirano. Il loro primo singolo Kept Between Trees risale al 1990, ma dovranno trascorrere quattro anni prima che riescano a registrare un album, sfruttando la disponibilità di una major interessata a promuovere epigoni dei Nirvana. Grazie al denaro per il demo così ottenuto dalla casa discografica i Fu Manchu producono No One Rides For Free, debutto rigorosamente indipendente distribuito da una piccola etichetta. Figli della scena hard-core californiana che aveva nei Black Flag di Henry Rollins i suoi alfieri, i Fu Manchu si distinguono subito per una marcata “pesantezza” sonora che rimanda alle atmosfere doom dei Black Sabbath. L’album The Action Is Go del 1997, trascinato dal discreto successo del singolo Evil Eye, colloca sotto i riflettori la band capitanata dal chitarrista e cantante Scott Hill; di lì a poco però faranno la loro comparsa i Queens Of The Stone Age, eredi diretti della storica band Kyuss. We Must Obey, rispetto agli ultimi scialbi lavori dei Fu Manchu, ci mostra una band in evidente ripresa: le iniziali We Must Obey e Knew It All Along centrano all'istante il bersaglio, colpendo l’ascoltatore con i loro riff secchi e brutali. Le tracce successive di We Must Obey, disco conciso e tirato come ci si aspetta da un gruppo che nei propri testi parla quasi sempre di videogiochi e ufo, ruotano intorno al solito gioco di accelerazioni/decelerazioni che ha fatto la fortuna di tanti musicisti. Consiglio questo disco a chi ama i primi Queens Of The Stone Age e, più in generale, quei gruppi che sotto il gran frastuono di amplificatori valvolari spinti al massimo volume celano un’insospettabile vena melodica.


scritto da: drown alle ore marzo 04, 2007 00:57 | link | commenti
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giovedì, 01 marzo 2007

Kaiser Chiefs – “Yours Truly, Angry Mob”

 

Il quintetto pop originario di Leeds, a due anni dal debutto Employment, col nuovo singolo Ruby – quasi subito giunto al primo posto della classifica inglese – si prepara a replicare il successo riscosso in passato con brani dall’efficace presa quali Oh My God, I Predict A Riot e Every Day I Love You Less And Less. Il nome Kaiser Chiefs viene dalla squadra sudafricana in cui militava il capitano del Leeds United Lucas Radebe. Il gruppo, che fino al 2002 si faceva chiamare Parva e suonava un rock con marcate influenze garage, si è formato nel 1997 intorno al batterista e principale autore Nick Hodgson; successivamente sono entrati a farne parte il chitarrista Andrew White e l’esuberante cantante Ricky Wilson, cresciuto musicalmente in una cover-band dei Rolling Stones. Il successo, come spesso capita ai gruppi inglesi che scelgono di suonare la musica “giusta”, ha baciato i Kaiser Chiefs ancora prima che Employment venisse dato alle stampe: sono infatti bastati un paio di singoli innegabilmente ruffiani ed un discreto battage pubblicitario affinché la band “proletaria” di Leeds, erede ideale dei Blur più “brit-pop”, diventasse il nuovo fenomeno della scena inglese. Yours Truly, Angry Mob è il degno successore di Employment, anche se in questo secondo lavoro si avverte che i Kaiser Chiefs hanno sacrificato in più di un passaggio l’orecchiabilità di alcuni brani, preferendo concentrarsi sul percorso sonoro dell’intero album. A prescindere dai risultati la scelta appare lodevole dal momento che niente, fino ad oggi, aveva fatto supporre che il gruppo fosse capace di andare oltre qualche valido singolo radiofonico. Brani come Heat Dies Down, Thank You Very Much ed Everything Is Average Nowadays non deluderanno comunque i fan della prima ora visto che l’impronta scanzonata dei nostri, caratterizzata da riff di chitarra veloci e armonie vocali spesso impeccabili, è rimasta praticamente intatta. Momenti di maggiore interesse restano tuttavia le conclusive Try Your Best e Retirement: senza snaturare le sonorità tipiche dei Kaiser Chiefs i due brani riescono infatti nell’impresa di dare forma ad una maturità vicina, anche se ancora non del tutto raggiunta.


scritto da: drown alle ore marzo 01, 2007 18:14 | link | commenti (1)
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