Drown

mercoledì, 25 aprile 2007

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

A partire da oggi pubblicherò tutte le nuove recensioni sulla mia pagina myspace...

www.myspace.com/adilmauro

hope to see you there!

Adil

 

 


scritto da: drown alle ore aprile 25, 2007 09:57 | link | commenti
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mercoledì, 18 aprile 2007

Nine Inch Nails – “Year Zero”

 

L’anno zero di Trent Reznor, geniale artefice del marchio Nine Inch Nails, è un’apocalittica cartolina che ci giunge da un futuro prossimo venturo. Le sedici tracce di Year Zero sviluppano le classiche tematiche orwelliane, narrandoci di un’America dominata da fantomatici “uffici per la moralità”, di droghe futuribili come il “parepin” e di dio solo sa cos’altro. Al fine di rendere ancora più realistico questo scenario post-atomico il buon Trent ha affidato la promozione di Year Zero ad un’abile società di marketing che, in vista dell’uscita del disco, si è premurata di seminare ovunque per alcuni mesi gli indizi più svariati: da alcune pen drive contenenti nuove canzoni abbandonate nei locali europei dove la band si è esibita di recente, passando per i murales realizzati a Londra e Los Angeles e fino ai molti siti internet creati ad hoc. Oltre che per  l’efficace azione promozionale di Year Zero, spintasi fin quasi ad oscurare l’opera che doveva promuovere, un disco del genere suscita comunque varie riflessioni a partire dal suo primo ascolto. L’iniziale Hyperpower! in meno di due minuti funge da valido preludio strumentale al mondo di Year Zero, con tanto di grida umane in sottofondo. The Beginning Of The End è una canzone rock alquanto spenta, sorretta da una batteria che a molti ha ricordato perfino My Sharona dei Knacks! Dal terzo brano in poi, il primo singolo estratto Survivalism, si ripiomba nell’incubo orwelliano di Trent: liriche come “i got my propaganda, i got revisionism” necessitano di una chitarra distorta, una potente batteria elettronica e un ritornello decisamente orecchiabile. The Good Soldier, ennesimo brano creato sul pc di Trent, anche grazie all’uso di uno xilofono (o di un effetto comunque simile) si propone come l’episodio più disteso dell’intero album, incastrandosi perfettamente con la successiva e rumorosissima Vessel, ballata apocalittica innervata da distorsioni di ogni tipo degne di Aphex Twin. Dopo l’altrettanto elettronica e meno convulsa Me, I’m Not è il turno di Capital G che, insieme a God Given, è uno dei brani dove Trent “sporca” di più il suo cantato con le influenze hip hop cui aveva fatto cenno durante la registrazione di Year Zero, senza però trasformarsi (per nostra fortuna!) in un improbabile Fred Durst dei Limp Bizkit, sicché alla fine il risultato è più che apprezzabile. Meet Your Master ha tutte le carte in regola per diventare un classico dei Nine Inch Nails, grazie ad un ritornello di grande impatto  e non poco aggressivo. Le chitarre, ottime in Meet Your Master così come nella suggestiva The Warning, vengono distillate forse con eccessiva parsimonia nell’arco dell’intero album e questo è davvero un peccato. La strumentale The Greater Good ci avvisa che siamo ormai prossimi alla conclusione. The Great Destroyer, per metà del tempo palese ammiccamento a certa elettronica d’avanguardia (un eufemismo per dire “rumore”), è il sigillo techno di Year Zero. Il trittico finale – composto dalla strumentale Another Version Of The Truth, il romantico intermezzo In This Twilight e la conclusiva Zero-Sum – ci restituisce un Trent più umano, quasi purificato da tanto (catartico) rumore. Apparso a soli due anni di distanza dal precedente With Teeth, difficilmente Year Zero farà guadagnare ai Nine Inch Nails nuove schiere di adoranti fan; si ha tuttavia l’impressione che una tale prospettiva non rientrasse fra i progetti dello stesso Reznor. Siamo in presenza di un lavoro difficile ma che non ci respinge, pur essendo comunque destinato a fare discutere. La buona notizia è che Trent è vivo e lotta con noi, deludendo forse le aspettative di chi lo vorrebbe eternamente ingabbiato nel cliché della rockstar maudit.


scritto da: drown alle ore aprile 18, 2007 08:21 | link | commenti
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sabato, 07 aprile 2007

Silverchair – “Young Modern”

 

I Silverchair di Daniel Johns, ventottenne leader del trio formatosi 15 anni fa e marito della popstar Natalie Imbruglia, sono forse la più celebre rock band australiana dai tempi degli AC/DC. I loro primi due dischi, Frogstomp del 1995 e Freak Show del 1997, risentono sia della giovane età che Johns & Soci avevano al tempo sia della loro passione per il grunge di gruppi quali Pearl Jam e Nirvana; tra la fine degli anni novanta e gli inizi del nuovo millennio con i due successivi lavori hanno raggiunto una maggiore maturità. A cinque anni dall’ultimo album Diorama i Silverchair calcano nuovamente le scene con Young Modern. Johns in questo lungo periodo di pausa dal gruppo si è sposato ed ha realizzato con il produttore Paul Mac, vecchio collaboratore e amico, un progetto parallelo votato all’elettronica più sperimentale dal titolo The Dissociatives. Young Modern, se paragonato al suo più immediato predecessore, ci appare tuttavia come una decisa conferma della svolta “sinfonica” avviata nel 1999 con Neon Ballroom. Daniel Johns ha infatti sviluppato in questi ultimi anni un’irrefrenabile amore per le grandi orchestrazioni e un pop molto vicino alle atmosfere dei Beach Boys; non è un  caso che  per Young Modern i Silverchair abbiano collaborato con Dyke Van Parks, celebre arrangiatore orchestrale noto ai più proprio per quanto realizzato con Brian Wilson ai tempi di Smile. Le undici tracce di Young Modern veleggiano quasi tutte verso un pop vezzoso, fatta eccezione per l’iniziale Young Modern Station che, a modo suo e più che altro per via del ritmo incalzante, è insieme al singolo Straight Lines l’unico momento quasi rock dell’intero album. A partire dal terzo brano If You Keep Losing Sleep, uno degli episodi affidati al protagonismo dell’Orchestra Filarmonica Ceca, si comincia ad intravedere la mano di Van Parks. Ciononostante il cuore pulsante e classicheggiante dell’album risiede nell’epica ballata in tre atti Those Thieving Birds… la cui durata (oltre sette minuti) rappresenta l’apice della magniloquenza pop cui sembra aspirare Johns. Nella seconda metà dell’album spiccano in particolare due brani: Waiting All Day e Low. I 45 minuti di Young Modern colgono appieno, valorizzandoli nella giusta maniera, l’eclettismo e la buona salute di cui godono attualmente i Silverchair. 


scritto da: drown alle ore aprile 07, 2007 18:52 | link | commenti (1)
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Verdena – “Requiem”

 

Il nuovo disco del trio originario di Albino, amena località ubicata in provincia di Bergamo, oltre a rassicurarci sull’ottimo stato di salute dell’unica valida rock band italiana sotto i 30 anni è al tempo stesso una preoccupante spia d’allarme. Senza arrischiarci in sterili discussioni sull’odierna condizione della scena rock nostrana appare inverosimile ritenere i Verdena una promessa per il futuro: nel loro caso siamo infatti giunti al quarto album realizzato in undici anni di carriera. Le quindici tracce di Requiem, compresi alcuni brevi intermezzi prevalentemente strumentali, spaziano dall’introspezione di chiara matrice psichedelica a derive progressive che ricordano molto i norvegesi Motorpsycho, gruppo assai amato dai Verdena. Malgrado ciò in questo lavoro non è difficile rilevare, a partire dal primo singolo Muori Delay, un marcato gusto melodico che emerge con forza dalla chitarra satura di Alberto, dal basso sferragliante di Roberta e dalla rabbiosa batteria di Luca. Registrato all’Henhouse Studio, ex pollaio riconvertito in sala di registrazione, Requiem è un disco dove la quiete dei due brani realizzati presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, Angie e Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne, non allenta più di tanto la tensione che scuote invece brani quali Don Calisto, Isacco Nucleare, Muori Delay e Il Caos Strisciante. Le liriche di Alberto, un continuo nonsenso funzionale all’espressione di un disagio altrimenti impossibile da esorcizzare, si amalgamano perfettamente col muro sonoro eretto insieme ai suoi compagni. La tanto agognata maturità i Verdena l’avevano forse già raggiunta col precedente Il Suicidio Del Samurai del 2004: Requiem è soltanto l’ennesima conferma di cui qualche ascoltatore distratto aveva ancora bisogno.


scritto da: drown alle ore aprile 07, 2007 18:52 | link | commenti (1)
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Brett Anderson – “Brett Anderson”

 

La parabola discendente intrapresa da Brett Anderson, ex leader dei Suede, è rovinosa e decadente al punto da risultare affascinante. Il suo primo, omonimo debutto solista non è entrato neppure tra i primi cinquanta album della classifica inglese; c’è tuttavia da scommettere che per un artista abituato col suo vecchio gruppo a stazionare nelle posizioni più alte deve essere stato un colpo durissimo. L’altalenante sodalizio con il chitarrista e compositore Bernard Butler ha segnato alti e bassi di una carriera iniziata agli albori degli anni novanta. Fidanzato allora con la futura cantante delle Elastica Justine Frischmann, Anderson giocò subito la carta dell’ambiguità sessuale presentandosi come l’incrocio ideale tra David Bowie e Morrissey degli Smiths. L’allora nascente scena britpop, prima che la faida tra Blur e Oasis occupasse le prime pagine della stampa musicale, elesse immediatamente Brett Anderson come eroe romantico della musica inglese: album quali l’omonimo Suede del ’93 e Dog Man Star dell’anno seguente suscitarono i favori del pubblico e della critica. L’uscita di Butler dal gruppo, dovuta a divergenze artistiche, non impedì ai Suede di conseguire ottimi risultati con i successivi album Coming Up del 1996 e Head Music del 1999. Il flop del loro ultimo album A New Morning, titolo azzeccato se riferito ad “un nuovo giorno” senza i Suede, indusse Anderson a chiudere nel 2003 i battenti con una raccolta antologica compilata in fretta e furia. Nel 2004, liberatosi ormai dall’ingombrante fardello dei Suede, Brett riuscì a rinsaldare i rapporti con l’amico di un tempo Butler ed a formare insieme una nuova band: The Tears. Esauritasi anche quella fugace esperienza, vista da molti come passaggio necessario per un ritorno ai Suede degli esordi – il nostro Brett è rimasto ancora una volta solo. Rattrista tuttavia constatare che il suo primo disco solista sia tutto sommato buono! Il romanticismo affettato che ha sempre contraddistinto il suo modo di cantare in queste undici canzoni, sospese tra orchestrazioni pompose (Love Is Dead, To The Winter e The Infinite Kiss) e riff di chitarra forse un po’ troppo prevedibili (Dust And Rain e Intimacy), trova una propria ragion d’essere. Alcune ballate – non a caso, quelle meno pretenziose – quali Ebony e l’incipit di Song For My Father ci restituiscono un Anderson ispirato e ammaliante. Peccato che l’onnivoro mercato discografico anglosassone non sappia cosa farsene di ex efebi pop come Brett. 


scritto da: drown alle ore aprile 07, 2007 18:51 | link | commenti (1)
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