Bloc Party – “A Weekend In The City”
Il ritorno dei Bloc Party, una delle poche band inglesi veramente degne di nota emerse negli ultimi anni, verrà salutato da molti come una salutare boccata d’ossigeno: A Weekend In The City è la migliore istantanea possibile dell’attuale stato di grazia vissuto da Kele Okereke & Soci. L’iniziale Song For Clay (Disappear Here), col suo esplicito riferimento al protagonista di Less Than Zero (novella di Bret Easton Ellis, autore di American Psycho), traccia una sorta di confine spazio-temporale tra l’edonismo reaganiano degli anni ’80 e i nostri giorni. La successiva Hunting For Witches, così come il primo singolo The Prayer, mantengono alta la tensione regalandoci riff di chitarra incisivi ed una tastiera che conferisce ai ritornelli l’inconfondibile stile dei Bloc Party, oggi assai meno influenzato dai Cure e da quei gruppi che di spensierato avevano ben poco negli anni ottanta. Waiting For The 7:18, dopo un inizio sommesso, si lancia in un crescendo che ne fa uno dei pezzi migliori di A Weekend In The City, soprattutto grazie ad un ritornello vigoroso e al tempo stesso emozionante. I testi di Okereke, venticinquenne inglese di origine nigeriana, sono all’altezza delle attese; la struttura portante del disco si può riassumere nello sguardo disincantato rivolto alla vita cittadina che Kele dipana nelle dodici canzoni di A Weekend In The City. Razzismo, omosessualità, religione: i temi affrontati da Okereke sono impegnativi e il rischio di lasciarsi irretire dal suono della propria voce, finendo con l’affogare nei soliti sproloqui intellettualoidi, è sempre presente dietro l’angolo. Per fortuna non è questo il suo caso. Infine il buon lavoro di Jacknife Lee – produttore di U2, Kasabian, Editors e molti altri – rende giustizia ad un disco, A Weekend In The City, che si preannuncia tra i più importanti del 2007.
self-improvement is masturbation