Brett Anderson – “Brett Anderson”
La parabola discendente intrapresa da Brett Anderson, ex leader dei Suede, è rovinosa e decadente al punto da risultare affascinante. Il suo primo, omonimo debutto solista non è entrato neppure tra i primi cinquanta album della classifica inglese; c’è tuttavia da scommettere che per un artista abituato col suo vecchio gruppo a stazionare nelle posizioni più alte deve essere stato un colpo durissimo. L’altalenante sodalizio con il chitarrista e compositore Bernard Butler ha segnato alti e bassi di una carriera iniziata agli albori degli anni novanta. Fidanzato allora con la futura cantante delle Elastica Justine Frischmann, Anderson giocò subito la carta dell’ambiguità sessuale presentandosi come l’incrocio ideale tra David Bowie e Morrissey degli Smiths. L’allora nascente scena britpop, prima che la faida tra Blur e Oasis occupasse le prime pagine della stampa musicale, elesse immediatamente Brett Anderson come eroe romantico della musica inglese: album quali l’omonimo Suede del ’93 e Dog Man Star dell’anno seguente suscitarono i favori del pubblico e della critica. L’uscita di Butler dal gruppo, dovuta a divergenze artistiche, non impedì ai Suede di conseguire ottimi risultati con i successivi album Coming Up del 1996 e Head Music del 1999. Il flop del loro ultimo album A New Morning, titolo azzeccato se riferito ad “un nuovo giorno” senza i Suede, indusse Anderson a chiudere nel 2003 i battenti con una raccolta antologica compilata in fretta e furia. Nel 2004, liberatosi ormai dall’ingombrante fardello dei Suede, Brett riuscì a rinsaldare i rapporti con l’amico di un tempo Butler ed a formare insieme una nuova band: The Tears. Esauritasi anche quella fugace esperienza, vista da molti come passaggio necessario per un ritorno ai Suede degli esordi – il nostro Brett è rimasto ancora una volta solo. Rattrista tuttavia constatare che il suo primo disco solista sia tutto sommato buono! Il romanticismo affettato che ha sempre contraddistinto il suo modo di cantare in queste undici canzoni, sospese tra orchestrazioni pompose (Love Is Dead, To The Winter e The Infinite Kiss) e riff di chitarra forse un po’ troppo prevedibili (Dust And Rain e Intimacy), trova una propria ragion d’essere. Alcune ballate – non a caso, quelle meno pretenziose – quali Ebony e l’incipit di Song For My Father ci restituiscono un Anderson ispirato e ammaliante. Peccato che l’onnivoro mercato discografico anglosassone non sappia cosa farsene di ex efebi pop come Brett.
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